L’OBBEDIENZA DI NICOLETTA BIDOIA, LIETOCOLLE 2008.

Recensione di Alessandra Peluso

La bellezza della poesia conduce alla salvezza e sottrae dall’abisso del nulla. Fa sognare, incanta, ammalia, ha un potere liberatorio. La poesia è soggetto, è ascolto, è vita espressa magistralmente da Nicoletta Bidoia nella sua silloge “L’Obbedienza”.

Sono versi che si ascoltano, si danzano, si identificano con l’energia della terra che sembra essere forza implicita. Bidoia si rivolge all’esistenza obbedendo alle regole dell’amore, due vite che si amano, che soffrono separati, ma non disperano perché sanno che l’amore esiste. E come Camus, filosofo e poeta, amante della ragione e della passione che guida la poesia, così Nicoletta Bidoia dà sfogo al suo sé con versi liberi, chiari, netti che incidono su chi attende il ritorno dell’amato partito in guerra e intanto le amnesie fanno capolino per tentare di sciogliere l’enigma: la paura dell’abbandono. E si legge: «E se l’enigma si chiamasse / paura di ogni addio? / (se chi muore fossi tu / e non più io?) / … ». (p. 33).

Nella concretezza della terra e nella leggerezza e astrattezza dell’aria si coglie l’intima voce dell’autrice. È fuorviante pensare al nulla, ad una condizione nichilista perché infatti è sufficiente leggere i versi per comprendere la dedizione alla vita e soprattutto ad una ricerca chiarificatrice di se stesso, di punti di riferimento persino nell’“oblio”, nel “deserto”. “L’Obbedienza” rompe gli indugi e gli schemi stilistici per irrompere nella realtà, in scorci di vita che Nicoletta Bidoia pur nella solitudine vuole ricordare. Non trapela disperazione nelle sue parole, forse una quieta rassegnazione, ma è chiara la forza della poesia e la passione che induce a leggere tale raccolta poetica.

«La mano sfiora l’erba / e nel sentirla trova pace, / mentre in gola tace il suono / vinto ancora dall’afonia». (p. 55). Questa contingenza della propria esistenza si trasforma in acume di libertà poetica e la solitudine di Bidoia diventa solidarietà nell’altro, nel condividere sensazioni, paure, dolori, gioie con chi può essere per lei, uomo, amico, amante.

È una raccolta di versi che stupisce, sorprende nella totalità dell’esistenza, nell’effimera condizione, nell’abilità dell’autrice nel raccontarsi e saperlo fare con chiare e semplici parole che però hanno un peso e un valore pregevole e gravoso com’è appunto la vita.

Si leggono i sublimi versi di un’esistenza che si intreccia imperante sin dalla prima poesia: «Eppure ho annodato centinaia di asole / ai fazzoletti, li avevo stretti bene / con tutta quella vita in mezzo, / per scioglierla poi con calma / quando serviva, / ma sono rimaste solo asole stanche / di stringere niente. / … / Ricordarmi che ora / so solo dimenticare». (p. 53).

I ricordi son gli unici testimoni – se pur sgraditi – di sacche di vita che si vorrebbe rimuovere, ma che riaffiorano come il profumo selvatico della salvia o quello del rosmarino e lasciano traccia nell’animo di Nicoletta Bidoia, nel quale si rispecchia immancabilmente quello di ogni lettore. Si evince come alla poesia si intreccia la prosa e la vita quotidiana diventa la protagonista così quando si legge: «Se cade, non piange mai / e ti guarda come a dire tutto qui? / La figlia di mia cugina è nata / due mesi prima del dovuto, / … / Un esordio così eroico / l’ha protetta da ogni fine». (p. 69).

L’Obbedienza” è un’opera che coinvolge e attrae nella sua complessità, al contrario del titolo non obbedisce a regole, se non al genio poetico. Segue l’eco della bellezza dei versi nel fascino dispiegato di Nicoletta Bidoia che lo rappresenta egregiamente.