Tu che mi sei sorella

Restituisci – fotografia – l’immagine
degli anni stretti, dei luoghi transitati,
ridammi gli occhi sconosciuti
all’affanno degli insulti, ricrea
un altrove lecito e domestico
unisci le mani sotto il bordo
perché nessuno veda – e, non vedendo
nessuno interrompa il flusso

Agiscimi come se fossi incanto
e superficie curva della sfera, applaudi
– asincrona – il mio restare immobile
agli inganni, al colore degli astri
e dei capelli. Tu che mi sei sorella
– immagine di me deflessa, origine –
sopporta il mio dimenticarti aperta
il mio proteggerti per ciò che non sei stata

Specchio del disinganno

Specchiarsi e cogliersi
nel fascino che non toglie
lo sguardo – vanità sommata –
oppure disconoscersi nel corpo
che abbandona la carne, che
ingrigisce e geme la morte
dei significati.

Abdicare alle gambe
alla pelle, a un’idea greca
di bellezza d’isola, d’istmo
e di terra da riconquistare,
fino all’annullarsi della specie,
ai vuoti senza ricompensa.

Erigere un altare al dio dell’occhio
interiore, attingere al pozzo del noi
senza restituzione, con l’idea
strabica dell’essersi perduti.

Mi specchio e chiedo
chi è
la persona
che vedo
sono

io,
davvero?

Davvero?