LE LANGHE, LE RADICI DELL’ANIMA

Ciascun individuo, sin dall’infanzia, entra in un rapporto particolare con i luoghi e il paesaggio in cui è nato. Questi elementi geografici diventano fondamentali per la formazione spirituale e culturale dell’uomo tanto che, quando quest’ultimo si allontana da essi, prova privazione e sofferenza. Tutto ciò è ben evidente nelle opere letterarie dove spesso si riesce a stabilire un legame tra geografia e letteratura. Quest’ultima può essere vista come un mezzo che esprime uno dei concetti fondamentali della geografia: il senso del luogo. Basti pensare, a dimostrazione di tutto ciò, ad alcuni scrittori italiani, per esempio, Tozzi nelle cui opere è sempre presente la Toscana, o Vittorini che ha ambientato in Sicilia molti suoi romanzi, o Pavese e Fenoglio che, seppure in modi diversi, hanno stabilito un forte legame con le Langhe in tutta la loro attività letteraria. Ogni autore produce immagini e attribuisce valore ai luoghi e ai paesaggi i quali assumono il significato di paesaggi della mente. Nei confronti di quest’ultimi ogni uomo può provare diversi sentimenti: senso di appartenenza e delle proprie origini, desiderio di fuga, desiderio di viaggiare, sradicamento e alienazione, desiderio di ritorno. Quest’ultimo elemento è ben descritto da Pavese ne La luna e i falò mentre il sentimento di alienazione è stato spesso avvertito dal nostro autore nei confronti di Torino . Spesso c’è negli scrittori la necessità di ambientare le loro opere in luoghi realmente esistenti. A questo proposito, da uno studioso di geografia umanistica, Paterson, viene messo in risalto il fatto che a volte “si attribuisce al mondo reale un significato simbolico, capace di comunicare dei messaggi. La natura diventa così un libro da leggere e gli aspetti spaziali possono essere interpretati”. Tutto ciò accade anche nell’opera pavesiana di cui andremo a svelare il rapporto che lo scrittore ha instaurato con le Langhe. Nelle opere di molti scrittori esistono profondi legami emotivi in relazione ai luoghi i quali appaiono non come sono ma come presenza simbolica. Il geografo Edward Relph nei suoi studi contrappone il concetto di interiorità esistenziale a quello di estraneità esistenziale. Si parla a questo proposito di insider, cioè colui che sperimenta il massimo grado di appartenenza ad un luogo. L’opposto dell’insider è l’outsider, il quale vive in condizione di estraneità. Pavese ha sperimentato tutte e due le condizioni: è insider quando vive nei suoi luoghi d’origine, è il contrario durante il periodo vissuto a Brancaleone Calabro in cui avverte un senso di sradicamento. Pavese nasce a Santo Stefano Belbo, un paese delle Langhe il cui paesaggio diventerà il mito centrale dello scrittore e luogo di frequenti pellegrinaggi per il resto della sua vita. La natia valle del Belbo, la città, Torino, nelle sue periferie, nei suoi scorci notturni sono i punti di partenza per un’osservazione della realtà, che non è solo platonica contemplazione, ma anche ansiosa istanza di ragioni morali e che dall’esterno, discende nell’animo, alle radici della vita interiore, e scava in profondo nell’umanità delle cose. Fin da bambino Pavese ha un rapporto particolare con le colline, le vigne, i fiumi, gli alberi e tutti gli elementi che costituiscono il paesaggio langarolo. In esso vi sono i segni di fatiche di tante generazioni, di tante mani che hanno lavorato la terra. Di questo paesaggio Pavese impara a conoscere non solo gli elementi naturalistici, ma anche la gente con le sue tradizioni e i suoi riti. Le poesie e le pagine delle opere che Pavese ci ha lasciato parlano delle Langhe che diventano scenario, tante volte essenza delle cose, elemento che permea di sé l’anima dello scrittore, ma mai puro elemento geografico. Le Langhe diventano in Pavese un luogo ideale. Le colline langarole diventano luogo dell’infanzia, della scoperta del mondo, della propria formazione ma anche luogo da cui si parte e al quale si ritorna. Nella poesia I mari del Sud si legge: “Le Langhe non si perdono”. Nel primo verso di questa poesia c’è scritto: Camminiamo una sera sul fianco di un colle: si tratta della collina di Moncucco. Le colline delle Langhe rivivono nel ricordo nostalgico nella poesia Gente spaesata : “ Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra/ con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine/. Solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne/ faticose sul suolo bruciato/. Colline, terra bruciata, vigna e fatica sono il paesaggio dove esplodono i drammi del furore (Paesaggio II), oppure colline, fiori, frutti raffigurano la campagna come rifugio dal destino di solitudine(si pensi alla sezione di Città in campagna)

In alcune poesie le colline delle Langhe diventano per Pavese personificazione della donna amata, occasione di ricordo, epifania e infatti nella poesia Incontro la donna amata è immaginata come collina: “Queste dure colline che han fatto il mio corpo/ e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio/ di costei”.

Anche nel poemetto La terra e la morte dedicato a Bianca Garufi ci sono dei versi che recitano: “Anche tu sei collina…/ Sei la vigna../ Sei la terra e la vigna/. Nel Mestiere di vivere Pavese si riferisce alle Langhe quando parla di paesaggio al quale “è indissolubilmente legato da relazioni coscienti e … inconsce (MV 11 ottobre 1935). Così la collina è il luogo mitico per eccellenza: nelle poesie e nei racconti il termine collina viene ripetuto in maniera quasi ossessiva tanto da risultare, non un semplice dato paesaggistico, ma una parola che rinvia a profondi significati simbolici. Se la campagna è il luogo dell’infanzia, del ricordo, dell’autenticità, il regno del mito, la città è il luogo della maturità, dell’inautenticità, dell’incontro con la storia. Pavese conosce la città negli anni delle elementari e in seguito frequenta il liceo e ha come insegnante Augusto Monti. Entra in contatto con i giovani intellettuali torinesi del livello di Norberto Bobbio, Giulio Einaudi, Leone Ginzburg, Ludovico Geymonat. Si iscrive alla facoltà di Lettere e si appassiona alla letteratura americana. Eppure è proprio questo mondo nuovo della storia il luogo delle delusioni e della solitudine, della frustrazione, dell’alienazione, dell’anonimato del sé. Qui nessun oggetto, nessuno scorcio del paesaggio è traducibile nei simboli del mito che l’autore si porta dentro. Pavese sente profondamente la propria condizione di esiliato e straniero, ma altrettanto sente che è giusto e doveroso crescere e fare i conti con la storia e la realtà sociale. Così studia, scrive, traduce, si lega agli ambienti più vivaci della cultura antifascista torinese. Ma sempre potente è in lui il richiamo alle origini che svela una profonda inadeguatezza al pieno immergersi nella storia. La vita e l’attività letteraria di Pavese sono dominate da un profondo sentimento della propria inadeguatezza a scegliere di fronte alla vita che passa davanti e dentro di lui. Egli vive l’esistenza come un susseguirsi di scelte mancate e quindi come un sogno di pienezza e di equilibrio mai raggiunti. Una condizione che si traduce in una estraneità davanti al proprio stesso esistere ed agire.

Al fondo di questo sentirsi inadeguato ed estraneo anche a sé stesso da parte dello scrittore vi è un profonda tensione tra mito e storia. Il mito in Pavese è contemporaneamente una profonda e personalissima pulsione e il risultato di una consapevole elaborazione culturale. I miti appartengono alla storia individuale e sono quell’insieme di sogni, di autonarrazioni, di visioni che ognuno crea in sé nel primo infantile affacciarsi al mondo, nel momento aurorale della conoscenza, quando le cose si mostrano per la prima volta. Negli anni della guerra Pavese si adopera per sistemare la sua teoria del mito ricorrendo alla contrapposizione tra città e campagna: la prima diventa luogo mitico e la seconda luogo umano. Le colline, gli alberi, i campi di grano e le vigne diventano luoghi unici . L’interesse di Pavese per il mondo mitico è alimentato dalle letture di autori quali Frazer, Vico, che gli insegna che il primitivo e il rustico danno luogo al selvaggio, Mann.

Le tappe fondamentali della teoria pavesiana del mito sono le pagine del Diario, Feria d’agosto, I Dialoghi con Leucò.

Il mito non è per Pavese un rifugio, non è nemmeno contemplazione del passato ma rappresenta la possibilità di crearsi un mondo di valori. La prima esposizione sulla teoria del mito appare in un saggio intitolato appunto “Del mito, del simbolo, d’altro”. In esso si legge:” A un luogo, tra tutti, si dà un significato assoluto, isolandolo nel mondo. Anche per l’uomo esistono i luoghi unici che sono quelli dell’infanzia. L’uomo è dotato di una ricchezza spirituale straordinaria che egli non conosce se non quando il ricordo solleva a livello cosciente il luogo unico, sia esso vigna, prato, albero e colline, che è tale, cioè mitico, in quanto il ricordo assolutezza la categoria a cui esso appartiene. Il mito stabilisce una normatività della vita poiché tutte le vicende quotidiane acquistano senso e valore in quanto ne sono la ripetizione e il riflesso”. In conclusione, Pavese parte dal principio che la prima conoscenza della realtà da parte di ciascun individuo avviene nell’infanzia. Questa conoscenza è di tipo intuitivo e irrazionale. E’ in questa fase che si formano dei miti che saranno sempre presenti nell’inconscio. Da ciò si evince che quando l’individuo conosce il mondo in maniera razionale, si trova di fronte a una realtà che non vede per la prima volta, ma, al contrario, è già presente in lui sotto forma di mito. Da qui nasce il concetto pavesiano di “seconda volta”. Infatti Pavese scrive nel mestiere di vivere: “Le cose le ho viste per la prima volta un tempo- un tempo che è irrevocabilmente passato. Non esiste un veder le cose una prima volta. Quella che ricordiamo, che notiamo, è sempre una seconda volta”.

Le colline langarole diventano quindi luogo mitico, le radici che danno la sensazione di avere trovato il proprio posto nell’ordine cosmico. Perciò mitico e rituale è il ritornarvi e percorrerle e ripercorrerle come un cerimoniale magico e primitivo.

Di qui scaturisce lo strano stile descrittivo pavesiano del paesaggio delle Langhe che è realistico, minuzioso, sensoriale ma al contempo simbolico perché carico di significati mitici.

A questo punto è chiaro che il paesaggio delle Langhe, oltre a influire sulla formazione di Pavese, è entrato nell’immaginario artistico dello scrittore, tanto da essere presente in tutta la sua produzione letteraria, da Paesi tuoi fino a La Luna e i Falò. Lo stesso Pavese era cosciente dello stretto rapporto che si viene a creare tra un essere umano e lo spazio fisico e geografico della propria infanzia e a questo proposito, durante il confino a Brancaleone Calabro scrive nel Mestiere di Vivere: “Questa sera, sotto le rocce rosse lunari, pensavo come sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, con tutte le illusioni d’immagini che simile tratto consentirebbe. Subito mi sorprese la coscienza che questo dio non c’è, che io lo so, ne sono convinto, e quindi altri avrebbe potuto fare questa poesia, non io…

Perché non posso trattare io delle rocce lunari? Ma perché esse non riflettono nulla di mio, tranne uno scarno turbamento paesistico, quale non dovrebbe mai giustificare una poesia. Se queste rocce fossero in Piemonte, saprei bene però assorbirle in un’immagine e dar loro un significato. Che viene a dire come il primo fondamento della poesia sia l’oscura coscienza del valore dei rapporti, quelli biologici magari, che già vivono una larvale vita d’immagine nella coscienza prepoetica. Certamente dev’essere possibile, anche per me, far poesia su una materia non piemontese di sfondo. Dev’essere, ma sinora non è stato quasi mai. Ciò significa che non sono ancora uscito dalla semplice rielaborazione dell’immagine materialmente rappresentata dai miei legami d’origine con l’ambiente : che, in altre parole, c’è nel mio lavorio/poetico, un punto morto, gratuito, un sottinteso materiale, di cui non mi riesce di far senza. Ma è poi davvero un residuo oggettivo o sangue indispensabile?” (MV 10 ottobre 1935)

Appare chiaro, a questo punto, il legame biologico esistente tra Pavese e le Langhe e ciò è dimostrato anche nelle pagine del romanzo Il Carcere. In esso il paesaggio calabrese viene vissuto da Stefano-Pavese con distacco. Il paesaggio rimane statico, sullo sfondo, non diventa mito, e Pavese prova soltanto “uno scarno turbamento paesistico”, quello stesso turbamento che aveva provato di fronte alle rosse rocce lunari. A Stefano non rimane che tornare indietro con la memoria e rievocare le sue colline, il suo paesaggio dell’anima.

Nel 1943 la storia irrompe violentemente nel regno dei miti pavesiani: l’8 settembre, giorno dell’armistizio e inizio del tormentato periodo dell’occupazione nazista, dello sbarco alleato, della Resistenza, Pavese è a Roma per conto dell’Einaudi. Torna precipitosamente a Torino, ma tutto il giro di amici intellettuali che lo trattenevano sul bordo della storia si è disperso nella lotta partigiana. Ancora solitudine per lo scrittore, ma soprattutto un forte contrasto tra mito e storia. Bisogna scegliere tra la fuga e l’impegno. Pavese non si immerge nella storia e fugge sulle colline del Monferrato. Queste colline non sono le Langhe, ma hanno pur sempre un’aria familiare, un qualcosa che permette a Pavese di non staccarsi dal suo orizzonte mitico.

A Serralunga Pavese vive nell’isolamento, nella solitudine che è sempre stata la sua fedele compagna di vita nonché il filo rosso che unisce tutte le sue opere, in prosa e in versi. Qui si immerge nella lettura e nella contemplazione della natura che lo stimola a rievocare la sua infanzia, i suoi simboli, i suoi miti. In questo modo cercava di sconfiggere il rimorso che lo tormentava per non essere a combattere accanto ai suoi amici. In fondo, come sempre, Pavese cerca rifugio nell’irrazionale, cifra sempre presente nella sua arte, per sfuggire alla storia. Così scrive ne La casa in collina: “ A me piaceva restar solo, nella stanza oscurata, solo e dimenticato, tendendo l’orecchio, ascoltando la notte, sentendo il tempo passare. Dietro ai coltivi e alle strade, dietro alle case umane, sotto i piedi, l’antico indifferente cuore della terra covava nel buio, viveva in burroni, radici, in cose occulte, in paure d’infanzia. Cominciavo a quei tempi a compiacermi in ricordi d’infanzia. Si direbbe che sotto ai rancori e alle incertezze, sotto alla voglia di star solo, mi scoprivo ragazzo per avere un compagno, un collega, un figliolo”.

Il romanzo La casa in collina è autobiografico: infatti, Corrado, il protagonista, è lo stesso Pavese. Entrambi fuggono dalla storia e si rifugiano sulle colline che però non sono le Langhe, cioè quelle d’origine, quelle dell’infanzia e dell’appartenenza ma che ad esse somigliano sotto l’aspetto fisico. In questi luoghi Corrado avverte quello che noi abbiamo definito il senso di appartenenza a un luogo di cui sente la mancanza, la lontananza, la privazione delle radici. E’ proprio nel momento dell’allontanamento che le Langhe diventano per Corrado/Pavese privazione e sofferenza. Il protagonista rivive i luoghi delle origini a livello di memoria tanto che predilige gli spazi che gli evocano quelli dell’infanzia, delle origini, dell’anima. Infatti nel romanzo troviamo scritto: “ I colori, le forme, il sentore stesso dell’afa, mi erano noti e familiari; in quei luoghi non ero mai stato , eppure camminavo in una nube di ricordi”. La vera grandezza de La casa in collina non consiste nella presenza della guerra come materia viva e dolente, non nella pietas verso gli uomini, bensì nella metafora della collina che è la vera protagonista del romanzo. La collina si pone fin dall’inizio del romanzo che si conclude con il ritorno nelle Langhe. Come avverte Gioanola, “il libro racconta soprattutto il viaggio dalle colline “analoghe” a quelle proprie: è il libro del grande ritorno. La collina assume il significato di essenza, autenticità, in contrasto con la storia che appare come l’effimero degli atti e dei fatti umani. Essa non va vista come arcadia o pura memoria bensì come elemento che precede tutte le esperienze storiche, esiste prima delle cose e ad esse dà senso. Scrive Pavese nel suo Diario: “Volevo continuare, andare oltre…, diventare perenne come una collina” (MV19/1/1949).

Anche ne La casa in collina torna l’antico binomio città-campagna: questi due mondi a volte si integrano tra due loro, pur rimanendo diversissimi nella loro sostanza. Infatti, la campagna diventa, come sempre, luogo delle memorie infantili e dell’originalità mentre la città è il luogo del male: le case crollano e bruciano, gli uomini covano l’odio e la violenza. Inoltre, la collina diventa una prospettiva nuova da cui guardare alle cose della vita e così Pavese scrive nel romanzo:”Con la guerra divenne legittimo chiudersi in sé, vivere alla giornata, non rimpiangere più le occasioni perdute. Ma si direbbe che la guerra io l’attendessi da tempo e ci contassi, una guerra così insolita e vasta che, con poca fatica , si poteva accucciarsi e lasciarla infuriare , sul cielo della città rincasando in collina”.

Come spesso accade in Pavese, anche questa volta il romanzo si conclude con il ritorno nei luoghi d’origine, nei luoghi della collina, della vigna, dei falò, elementi questi che assurgono a simboli e contengono dentro di sé il significato del vivere e del morire.

Le colline, le vigne, i boschi, la valle del Belbo, la Gaminella, tutti questi elementi paesaggistici ma al contempo mitici, ritornano nell’ultimo romanzo di Pavese, La luna e i falò. Ritornano in questo romanzo i temi dell’infanzia, del ricordo e del ritorno che si fa elegia, della meditazione sul presente e sul passato. Il libro inizia così: “C’è una ragione perché sono tornato in questo paese e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba”. Il nome di questo paese non è detto esplicitamente ma si tratta di Santo Stefano di cui sono citati tanti luoghi.

La luna e i falò è il libro più autobiografico di Pavese: Anguilla torna nelle Langhe, dopo essere stato in America e dove non si è mai staccato dal ricordo delle sue colline. Torna così a rivedere i luoghi della sua infanzia, delle radici, dell’anima. Rivede l’amico Nuto che lo accompagna nelle peregrinazioni verso il passato. Nuto è un personaggio positivo in quanto ha dei valori e si è impegnato nella storia. Un’altra figura presente nel romanzo è Cinto nel quale Anguilla riconosce la propria infanzia.La scelta della figura di un trovatello, cioè il protagonista, sta a significare che il radicamento a un luogo si fonda non solo su radici biologiche, ma anche su motivazioni di tipo culturale e affettivo. Come sempre nei romanzi pavesiani, un ruolo centrale viene assunto da una natura rimasta immobile e sulla quale si celebrano dei riti quali i falò. Si legge nel romanzo: “ Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione”.

La narrazione si snoda tra presente e passato, tra storia e mito.. Anguilla nei luoghi della sua infanzia, vorrebbe ritrovare la coscienza di sé, dell’appartenenza al luogo che gli ha svelato la primitiva conoscenza delle cose. Infatti, si legge: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

E’ chiaro allora come Pavese fa uso di un sistema simbolico, metaforico, per alludere a realtà più profonde. In conclusione, Anguilla è uno sradicato, in quanto le sue radici appartengono ad un passato non più recuperabile mentre Nuto ha le sue colline.

Come abbiamo potuto vedere, La casa in collina ha come contenuto l’incapacità di entrare nella storia mentre La luna e i falò segna l’incapacità di avere radici.

E’ stato messo in evidenza, da alcuni critici, come Pavese abbia utilizzato la simbologia dei luoghi per sottolineare i cambiamenti interiori del personaggio. Così il casotto della Gaminella rappresenta la prima infanzia. Da qui Anguilla inizia il suo viaggio che lo porterà in America e che è diviso in più tappe; tra queste ritroviamo la Mora.

Abbiamo visto in precedenza come la letteratura per molti autori sia servita per esprimere il senso del luogo. C’è da aggiungere che i legami emotivi che legano un individuo a un luogo coinvolgono i sensi tra cui l’olfatto. Infatti, gli odori hanno la forza di imprimersi nella memoria e rievocare il passato. Per Pavese l’olfatto è un senso fondamentale. Nelle pagine de La luna e i falò gli odori riportano Anguilla alla sua infanzia: “E’ un caldo che mi piace, sa un odore: ci sono dentro anch’io a questo odore”.

Ogni luogo dell’infanzia riporta Anguilla indietro nel tempo: “ E l’odore , l’odore della casa, della riva, delle mele marce, d’erba secca e di rosmarino”. A Canelli, invece troviamo l’odore rimasto immutato:” A Canelli entrai per un lungo viale che ai miei tempi non c’era, ma sentii subito l’odore- quella punta di vinacce, di arietta di Belbo e di vermut”. Pavese utilizza gli odori non solo per rievocare il passato ma anche per conoscere posti nuovi: “C’è un odore di legno fresco, di fiori e di trucioli che, nei primi tempi della Mora, a me che venivo da un casotto e da un’aia sembrava un altro mondo:c’ era l’odore della strada, dei musicanti, delle ville di Canelli dove non ero mai stato”. Di conseguenza, un odore che non si avverte come proprio vuol significare che un luogo non ci appartiene. E’ quello che succede ad Anguilla in America. In conclusione, nell’opera di Pavese troviamo la capacità di questo scrittore di esprimere il senso delle radici, dell’appartenenza ai luoghi dell’anima attraverso gli odori E infatti Anguilla ritrova sulla collina della Gaminella “Quell’odore, quel gusto, quel sapore di allora”.

Luigi Gatti