«E sono in fondo al mare, in fondo al mare,/ a questo bel mare di turisti sono/donne e bambini costretti a emigrare/che han trovato la fine di un venerdì pasquale/ grazie allanostra gloriosa Marina/ mandata lì a sorvegliare ed arrestare/il misero sogno di qualche bambina/ di qualche ragazzo, d’un padre manovale/ mangiare, lavorare, un po’ giocare». Diceva Italo Calvino che si dovrebbe imparare a memoria qualche poesia, averla sempre nella testa, impressa, perché le parolefuggonoenonparliamo delle immagini. Così ci sfugge chi siano «i clandestini», gli immigrati — in fondo sono solo parole in bocca ai telegiornali e immagini di barconi, di affondati nelle notti destinate— a meno che non impariamo la poesia di Giovanni D’Elia,anchesolola partecitata, contenuta nella raccolta edita da Lieto Colle, Clandestini…

in pdf l’articolo di Daniela Andreis su L’Arena venerdì 13 luglio.