G.Piranesi “Le carceri d’invenzione” 1745-1750

La mostra di Giambattista Piranesi è stata esposta dal 24 aprile al 9 settembre 2012 alla Caixa Forum di Madrid, a seguire la mostra di William Blake “Visiones en el arte británico” esposta dal 4 luglio al 21 ottobre 2012

Con l’acume che caratterizza la sua prosa saggistica e lo sguardo sagace del genio creativo, tra il 1959 e il 1961 Marguerite Yourcenar scrive “La mente nera di Piranesi”, un’analisi accurata e illuminante dell’opera dell’artista veneziano che nel profluvio della sua produzione lasciò sedici tavole dal titolo “Carceri d’invenzione”, grandiloquenti teatri in cui la miseria umana perviene quasi a tratti di sublimità, rappresentazioni incise oltre due secoli e mezzo fa che non smettono di sconcertare la mente di chi le contempla oggi.

“Las Artes de Piranesi”, la mostra allestita in maniera impeccabile e avvincente dalla Caixa Forum di Madrid, in collaborazione con la Fondazione Giorgio Cini, dal 24 aprile al 9 settembre 2012, ha incluso le stampe di quelle “Carceri” per le quali l’eclettico “architetto veneziano” – stando alla definizione che per sé stesso distillò Giambattista Piranesi, pur avendo realizzato un solo progetto come tale, quello commissionato da Monsignor Rezzonico della Chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma, una ristrutturazione in cui poté finalmente concretare nello stucco e nel cemento la sua visionarietà proteiforme e sperimentale – è rimasto forse più celebre, e che, nel suo saggio, Marguerite Yourcenar considera “con le Pitture nere di Goya, una delle opere più segrete che ci abbia lasciato in eredità un uomo del XVIII secolo”, in quanto, come rimarca l’autrice di Con beneficio d’inventario, “Innanzitutto si tratta di un sogno”.

E in quel sogno il visitatore della mostra è potuto entrare, per qualche attimo racchiuso in uno spazio foderato d’oscurità, a meditare su quel palcoscenico ulteriore della tragedia umana plasmato da Piranesi sulle lastre e infine sulla carta, e proiettato a sua volta in tre dimensioni dai sofisticati mezzi della tecnologia postmoderna – che l’anticipatore e visionario architetto veneziano avrebbe senz’altro apprezzato – che hanno permesso a chi abbia voluto rimanere a guardarlo di addentrarsi in quell’architettura del caos della mente mascherata da ornamenti inutili e paradossalmente sorretta dall’alternanza di inamovibili pietre e vertiginoso vuoto, abitata da prigionieri titanici incapaci di sfuggire al supplizio del vivere, da torturati e rovine accasciati insieme contro il pervasivo senso di morte che pare produrre un’eco incessante in quello spazio improbabile, e da figure, magari umane, che talvolta non si distinguono dai bassorilievi e dai trofei che in modo eccessivo e incongruo adornano quelle prigioni.

Il prolifico e poliedrico Piranesi, che nel corso della sua non lunga vita oltre a essere architetto sarà teorico, incisore, vedutista, antiquario e designer, all’età di ventitre anni ha già dimostrato le sue doti eccelse di acquafortista nelle stampe raccolte nel primo volume di Prima Parte di Architetture e Prospettive, che articolano visivamente la sua grande ammirazione per l’architettura romana, una costante nella sua creazione e nei suoi scritti teorici, in cui sosterrà senza cedimenti né screpolature l’originalità e in ultima istanza la superiorità di questa a fronte delle tesi di Leroy, Laugier e Winckelmann, che avvalorano invece la supremazia dell’arte greca. La forza immaginifica che Piranesi intesse alla materia archeologica converge in un’estetica della mortalità che sancisce le testimonianze marmoree dell’Antica Roma come primo livello nella stratificazione di civiltà fabbricate dall’illusoria aspettativa umana di perpetuità, e rose fortuitamente dalla caducità fatta tempo perenne che ramifica come erba selvatica negli spacchi della pietra dura.

Leggi qui l’intero contributo di Roberta Buffi