I tre libri LietoColle di Assunta Finiguerra

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Io scrivo con il cuore, l’inchiostro è il sangue.

(Assunta Finiguerra intervistata

da Alessia Santamaria)

Chi ha avuto la fortuna di incontrare e conoscere Assunta Finiguerra sa che poche e insufficienti sarebbero le parole per descriverla o per trattarne l’opera così compiutamente aderente alla sua personalità vitale, forte, originale. E sa pure che non potrebbe dividerle dal luogo in cui si originarono: San Fele, in Basilicata.

Chi ebbe il piacere di incrociarla, sa che rarissimi sono i casi in cui la poesia decide di entrare in un corpo manifestandosi già a partire da quel che esso è in grado di comunicare. E Assunta Finiguerra sapeva scrivere prima ancora di scrivere, ovvero sapeva essere nel mondo dentro quel misterioso nucleo di luce e oscurità che forgia un temperamento riflesso in grado di chiamare e attrarre gli altri.

Nell’ultimo periodo, tra lei e la sua poesia i giochi erano stati fatti: esisteva l’accordo, la solitudine di entrambe aveva preso le forme di un’unica sostanza comunicante; c’era dell’enfasi e della distruzione in quel loro guardarsi, essere l’una per l’altra. E c’erano gli aspetti che diremo “geografici”, una sorta di mondo totalizzante nel piccolo mondo della Lucania: terra strana, ambivalente, specie di zattera esclusa dall’orizzonte peninsulare, che sorge e risorge continuamente in un battere del tempo rivoltato, al contrario.

Assunta Finiguerra vi aveva vissuto da sempre (intervallandosi, negli ultimi anni, in più o meno brevi soggiorni a Roma), mai congedandosi definitivamente da San Fele, luogo sì fatale –perché primigenio, destinato- ma anche difficile, piccolo, stretto in una cortina di permeabilità troppo insistente, dove era impossibile per un temperamento non comune come il suo poter volare lontano, isolarsi, esprimersi senza dover trovare continuamente delle giustificazioni ai propri istinti. <<Ho vissuto sulla mia pelle cosa voglia dire la parola cattiveria, la parola invidia. In un piccolo paese se fai un passo avanti, la gente deve distruggerti>>, disse in una preziosa intervista rilasciata ad Alessia Santamaria e oggi consultabile in internet.

I poeti della Basilicata sono un pregio da cui la nostra letteratura dovrebbe farsi investire. Sono dei poeti nei cui versi si respira sempre un qualcosa di non finito, come un non essere del tutto arrivati, una specie di irrisolutezza dell’immagine che ingiallisce sul foglio; qualcosa che stenta a recuperare i passi sul tempo; qualcosa che si attarda dolorosamente perché altrimenti non potrebbe essere.

Il lungo canto lucano di Assunta Finiguerra è stato un grido d’amore nei boschi, una ferina invocazione che ha squarciato il chiasso della contemporaneità; è stato la tragedia antica dell’eroe che ha portato, lentamente, il suo viaggio a destinazione.

A volerla descrivere meglio, era così: una donna presente-assente. Parlandole, avevi l’impressione certa che stesse ascoltando te e nessun altro, ma riconoscevi pure che c’era in lei un grumo di insaziabilità così difficile da raggiungere. Era una persona che viveva dentro il suo tempo, dando però l’impressione d’aver attraversato decenni depositari di lotte assolute, incontri con creature eccezionali, esperienze impossibili da recuperare col gesto della sola memoria. Portava su di sé il lucore della speranza, eppure non era lamentosa; aveva il genio della veemenza creativa, ma non era smaniosa di dimostrare alcunché, se non la sua indomita energia.

Penso che la poesia tocchi le corde dell’innocenza. Solo tra quelle maglie di fine delicatezza e abbandonato pudore, la poesia riconosce i suoi custodi. Vengono a mente i versi finali di una lirica di Emily Dickinson:

Quanti spari ti hanno colpito?

E la cicatrice regale?

Angeli! Scrivete “Promosso”

sulla fronte di questo soldato!

Cosa avrebbero in comune una poetessa di Amherst del XIX secolo e un’altra nata in un paesino del Vulture nel 1946? La lealtà dell’essere venute al mondo nude; la spropositata volontà di sporgersi dalla finestra senza il morbo della diffidenza; il concedersi ai paradossi dell’amore spaccando se stesse in più parti, disponendosi con coraggio a questo lento stillicidio; l’accettazione incondizionata dell’incomprensione altrui come nettare violento da ingerire ogni giorno fino all’ultimo o, sicuramente, il coraggio del sole, che è anche parte del titolo della prima raccolta (non ancora in dialetto) di Finiguerra.

Credo che le vere autrici di versi non appartengano al genere della loro femminilità n&´ a quello di una virilità a cui equipararsi. Credo invece abbiano in mano lo scettro caldo dello spazio della lotta e della pace, il territorio selvaggio dove queste due Cose si guardano e si capiscono.

In qualche modo, sono sorelle di un nodo incantato, duro a sciogliere. Quel nodo, che è anche la causa del loro male, diventa, oltre ogni ragionevolezza, il premio per il loro essere state assiduamente convinte della resistenza contro l’indifferenza per la vita, in tutte le sue forme.

Assunta Finiguerra amava definirsi poetessa “zappatora” e non a caso. Lo scavo è il gergo di questa poetessa che legge la grammatica preistorica della natura e dell’umanità, senza iniettarci alcuna educazione culturale.

La sua stessa esistenza fu uno sforzo di espropriazione dalle etichette, i titoli, gli schemi.

L’infanzia si svolse interamente a San Fele. Terminata la scuola elementare, il padre non le permise di proseguire gli studi e la indirizzò verso un destino comune alle ragazze allevate nei piccoli centri di un Sud d’Italia (degli anni Cinquanta) tanto struggente e fascinoso in bellezza quanto autoritario e castrante in termini di educazione del femminile.

Assunta Finiguerra, stando ai dettami del padre (che lei stessa descriverà come un uomo austero e rigoroso), doveva sposarsi e prepararsi ad essere una brava moglie e madre. Il matrimonio ci fu e anche la maternità. Come unico momento creativo il lavoro in sartoria, a 18 anni, che lei avviò dopo aver frequentato un corso di ricamo presso delle suore.

Proprio in questi anni di conduzione domestica, la poesia fece le sue prime apparizioni, spingendo la poetessa a scrivere ovunque vi fosse uno spazio bianco su cui poter fissare un verso o un pensiero: e così la carta pane, i cartoncini delle confezioni dei collant divennero bianchi approdi per l’inchiostro, un disperato inchiostro da cui versare per intero la sofferenza di uno spirito inquieto.

Tutta la poesia della Finiguerra passa attraverso l’idea della ribellione. Una donna vitale e curiosa come lei, tramortita nelle ambizioni, oppressa dalle strutture arcaiche e bigotte di una realtà paesana, frustrata nell’aspirazione alla libertà, non poté che, a un certo momento, esplodere in ferocia poetica e usare il dialetto (non a caso) come arma vincente da sguainare contro se stessa e contro gli altri.

Ad accorgersi per primo del suo talento fu un parente, proprietario della casa editrice Basiliskos, che la incoraggiò a pubblicare lo svariato materiale inedito prodotto tra un lavoro di sartoria e l’altro. Al 1995 risale la sua prima raccolta Se avrò il coraggio del sole. L’opera, nonostante sia stata scritta in lingua italiana, già prelude a una forte crisi ovvero a un cambiamento radicale, a una seconda nascita in vernacolo.

Assunta Finiguerra, in quegli anni, stava diventando ciò che era stata da sempre e ciò che sempre sarebbe stata. Il dialetto di San Fele stava per comparire nel suo orizzonte immaginifico e metaforico.

Al 1999 risale Puozze Arrabbià (Bari, La Vallisa, 1999), seguono Rëscidde (Roma, Zone Editrice, 2001), Solije (Roma, Zone Editrice, 2003, con prefazione di Franco Loi), l’inclusione da parte dello stesso Loi in Nuovi poeti italiani (Torino, Giulio Einaudi Editore, 2004) e Scurije ( Faloppio, 2005) della casa editrice Lietocolle, sostenitrice commossa e promotrice caparbia della poetessa e del favore nazionale che il suo lavoro continua a raccogliere.

La poesia-zappatora della Finiguerra affonda le unghie nella terra di origine, ne coglie i dissapori e le contraddizioni, ma è anche una poesia che potremmo definire classica, zeppa di risorse mitiche e archetipi trasfigurati che esprimono l’amore per un tu, un tu mai svelato in un’identità precisa e che sconvolge i sentimenti della poetessa fino a chiuderla zoppicante in una passione dolorosa.

Qual è il punto rovente della sua poesia? Quale l’ipocentro sensibile? L’amore trangugiato dalla sofferenza? L’amore che neppure il dialetto è riuscito a responsabilizzare in una forma e che invece è stato scatenato, sbranato dal desiderio di ergersi sopra le cose e oltre le miserie? La morte per troppa aderenza all’amore è sempre la massima volontà di fuga di un poeta? Forse sì, ma solo sulla pagina. Fuori dai libri Assunta Finiguerra voleva ancora vivere. Nelle ultime produzioni poetiche apparse nell’Antologia del premio MezzagoArte, Questo dolore che mangia (Le Voci della Luna Poesia, 2009), lei lo dice, lo dichiara, quasi presentendo l’imminenza della fine prematura.

La prima ed ultima volta in cui andai a trovarla nella sua casa a San Fele, stava lavorando alla versione dialettale del “suo” Pinocchio, il prezioso Tunnichje (Faloppio, Lietocolle, 2007). Ricordo che passammo il pomeriggio su un letto enorme a raccontarci storie di amori e disamori. Quelle parole restano sigillate perché fruibili solo dal ricordo privato. Ma mi esortò anche ad apprendere l’arte della spregiudicatezza, quella che salva dallo schiavismo dell’invidia, delle calunnie e degli egoismi. Questo suo consiglio di libertà, di progressismo e di futuro voglio condividerlo pubblicamente, soprattutto perché non restino isolati gli atti di spinta e di perpetuazione delle creature come lei votate alla grandezza.

Angeli! Scrivete “Promosso”

sulla fronte di questo soldato!

Carla Saracino