“La poesia è un modo di lottare per la libertà”

Intervista a Marcos Ana

di Jesús Marchante

Qualche giorno fa parlo al telefono con il poeta comunista Marcos Ana per concordare un appuntamento e poterlo intervistare. Anche se conosco la sua voce, ché l’ho già sentita in occasione di interventi pubblici ai quali ha partecipato, mi conquista sempre il suo tono dolce e tranquillo quando l’ascolto all’altro capo della linea.

Oggi è quasi mezzogiorno, l’ora che Marcos Ana ha fissato perché ci vedessimo nella sua casa della madrilena Calle de Narváez, in pieno quartiere Salamanca. Salgo le scale fino al primo piano e premo il campanello. Una, due, tre, fino a quattro volte, ma non sento i passi di qualcuno che venga ad aprirmi la porta. Mi sarò confuso e sarò venuto all’ora sbagliata?, mi chiedo. Quando sto per girarmi per cominciare a scendere le scale, arriva una persona che fa cenno di fermarsi proprio davanti alla porta dove io mi trovo. Le dico che sono venuto a parlare con Marcos Ana, e mentre questa persona si identifica come suo figlio sta già aprendo la porta e mi invita a entrare. “Magari è dentro e non ha sentito il campanello, aspetta che vado a vedere…” Qualque istante dopo arriva con un’espressione sul volto che indica chiaramente che il poeta non è in casa. Lo chiama al cellulare ma sembra che nemmeno in quel caso ci sia risposta. Il figlio non è al corrente dell’appuntamento perché è appena tornato da un viaggio all’estero e non sa nulla dell’agenda del padre di questi giorni. Comunque allunga la mano su alcuni fogli dove sa con certezza che suo padre annota i suoi impegni e quando mi chiede come mi chiamo vede che in effetti l’ora e l’appuntamento sono corretti. “Se vuoi aspettare qualche minuto…” Già che sono qua, mi dico, optiamo per l’attesa e vediamo che succede…

Non ne sono passati nemmeno due, di minuti, quando sento la chiave nella serratura della porta. Il poeta è appena rientrato. Il quotidiano sotto il braccio indica da dove viene. Proprio così, mi dice, scusandosi, è uscito a prendere un caffè ed è passato dal giornalaio.

Dopo le presentazioni di rito e dopo avermi chiesto perché e per conto di chi voglio intervistarlo, ci mettiamo al lavoro. Si mostra sempre sorridente, tranquillo, con il tono di voce calmo e un aspetto, per i suoi 93 anni, più che invidiabile. Faccio una battuta e gli chiedo dove bisogna firmare per arrivare non solo alla sua età, ma anche nella forma in cui è arrivato lui…

Sono qui con Marcos, adesso, e vorrei fargli una serie di domande su come è diventato poeta, sulla pratica poetica e l’esilio.

JM: Marcos, secondo te come dovrebbe essere la poesia intesa come pratica rivoluzionaria? Voglio dire, alla maniera, per fare un esempio, di Blas de Otero, Miguel Hernández, Rafael Alberti, Pablo Neruda, Federico García Lorca e, perché no, anche Luís Cernuda, se credi che anche un poeta come lui possa entrare in quest’elenco.

MA: Sì, perché anche la bellezza è un modo di lottare per la vita e per le cose. Beh, io credo che la poesia sia necessaria, è un’arma carica di futuro, come diceva Gabriel Celaya, ed è vero. Io lo so per esperienza personale, già che la poesia ha contribuito molto alla mia liberazione. Sono stato in carcere 23 anni con Franco, e so che la mia poesia è venuta alla luce clandestinamente, per vie miracolose, con l’aiuto dei prigionieri, dunque ha contribuito prima di tutto al fatto che incominciai a essere conosciuto, e poi quelle poesie sono finite in mano a Neruda e a Louis Aragon in Francia e sono arrivate ad altri, e proprio loro si sono impegnati a diffondere la mia poesia perché era un modo di lottare per la mia libertà. E successivamente, quando sono uscito dal carcere, ho continuato a scrivere e non riuscivo a sentirmi libero finché fosse rimasto in prigione un mio fratello. Per questo, quando ho ottenuto di nuovo la libertà, ho dedicato credo tutta la mia vita, perché togliendo quel breve periodo in cui sono stato con la mia famiglia, mi sono dedicato a lottare per quelli che restavano dentro, e anche per la libertà come valore assoluto e solidale, e penso sempre che nessuno può sentirsi solo nella sua piccola libertà se considera estranea la libertà degli altri, e pertanto credo che qualsiasi conflitto che possa aver luogo nel mondo, per qualsiasi decisione perversa, per quanto possa essere lontana, finisce per incendiare la nostra casa. Oggi viviamo in un mondo molto piccolo e, come dicevo prima, nessuno può limitarsi a vivere la sua piccola libertà, bisogna lottare anche per la libertà degli altri. Inoltre, una cosa che dico molto spesso, perché è vero, e me ne compiaccio, è che bisogna imparare a essere felici nella felicità degli altri, capisci?, non dobbiamo fare della nostra vita il perimetro del mondo ma devo essere felice anche se vedo che tu sei felice.

JM: La seconda domanda che vorrei farti riguarda la tua generazione, la generazione di Marcos Ana, e vorrei che spiegassi brevemente cosa hanno comportato la sconfitta, la resistenza e il carcere.

MA: La mia generazione è la generazione dei vinti, chiaro, e come vinti durante la guerra, non perché… Io credo che quella guerra l’avremmo vinta noi mille volte, se avessimo considerato solo la relazione nazionale di forze, però la relazione internazionale è stata sfavorevole per noi, con la partecipazione dei tedeschi, dell’aviazione tedesca, ecc. ecc. Comunque una guerra è sempre una tragedia nazionale, e quella guerra è stata una tragedia nazionale per la Spagna e per molte persone, a me in concreto è costata 23 anni della mia vita, e ho dato tutta la mia gioventù, la metà della mia vita.

JM: Perché tu in che anno sei stato incarcerato?

MA: Dunque, io sono entrato in prigione nel 1939, alla fine della guerra, mi trovavo ad Alicante, dove c’era una concentrazione di 15 o 20 mila persone che aspettavano di andarsene, cercavano di andare via da… Passavamo tutto il giorno ad avvistare l’orizzonte per vedere se arrivavano le navi che erano state messe a disposizione dagli inglesi e dai francesi, e una mattina vediamo delle navi lì, e noi via a sparare colpi in aria, e a buttare in aria i cappelli e quello che avevamo, e poi risulta invece che era la flotta franchista, e allo stesso tempo la divisione Littorio italiana stava occupando Alicante via terra, quindi siamo rimasti lì intrappolati ed è cominciata lì la mia prigionia, e ho passato 23 anni in carcere.

JM: Durante il conflitto, durante la Seconda Repubblica, scrivevi già poesie?

MA: No, in quel periodo no. Avevo dentro un dono, potremmo dire che io quasi ero analfabeta, perché ero figlio di contadini analfabeti e poi quello che ho imparato l’ho imparato nella vita, però dentro di me c’era qualcosa, una forza, una specie di fuoco. Ricordo che stavamo nelle trincee, e nelle trincee di Madrid, dal momento che ci trovavamo vicini, avevamo i megafoni… E i dirigenti volevano che fossi io a parlare, e io ero analfabeta, ma nonostante questo c’era in me un fuoco particolare, il modo di dire le cose, e allora, tempo dopo, quando ero in carcere ricordo che i compagni mi passavano… Di mattina ti toglievano la sacca con la coperta per dormire, tu stavi nella cella, ti toglievano tutto e buttavano un secchio d’acqua per terra in modo che così non avresti potuto stenderti, per fare in modo che stessi tutto il giorno in piedi. Però al tramonto te la ridavano, e le sacche non le portavano le guardie, le portavano i prigionieri ai quali era stato assegnato quel compito, allora nelle ore in cui la mia sacca restava fuori con quella degli altri, i miei compagni aprivano una fessura su un lato e da lì mi mettevano dentro un po’ di formaggio, di lardo, qualsiasi cosa, e anche degli appunti. Ricordo che una volta misi la mano in quella piccola cucitura, per vedere se trovavo il pane o qualcosa che avessero mandato quel giorno, e trovai della carta spiegazzata, sai, la carta fa molto rumore, stavo toccando la carta, in realtà era una palla di carta, la aprii ed erano delle poesie del Canto general di Pablo Neruda, e di Alberti… Non mi ricordo cosa fosse di Alberti… Ma erano poesie, e allora quelle poesie, dal momento che non avevo nient’altro nella cella, incominciai a leggerle centinaia di volte, le imparai a memoria, e all’improvviso arrivò un momento in cui notavo che si levava dentro di me un’armonia, un bisogno che facessi io delle cose. E così iniziai a scrivere, e quando uscivo dalla cella per andare in cortile con i compagni, mostravo quello che avevo scritto, “Ma questo è straordinario!”, mi ricordo un compagno che era molto buono, era un poeta che è morto molti anni fa, era in carcere e in più era cieco, era rimasto cieco in carcere, e mi diceva “Ma è stupendo quello che hai scritto! Qui c’è un fremito che non è facile da esprimere, adesso quello che ti manca è conoscere i ferri del mestiere, però è molto facile imparare a usarli…” E già da quel momento iniziai a scrivere, non smettevo di scrivere, e poi cominciai a fare in modo che le mie poesie uscissero fuori dal carcere, e mi resi conto che era una maniera… Non era solo un piacere per me scrivere, com’è la poesia, ma allo stesso tempo era una maniera di lottare per la mia libertà e per quella dei miei compagni, e continuai a scrivere, chiaro.

JM: Negli anni della Seconda Repubblica, cosa facevi?

MA: Dunque, quando iniziò la guerra avevo diciassette anni, io sono nato nel ’20, e militavo nelle Gioventù Socialiste, da quando ero ragazzo, militavo da quando ero bambino.

JM: Eri a Madrid?

MA: Sì, ero a Madrid, vivevo ad Alcalá de Henares, quando ho assistito, ricordo, al processo di unificazione dei Giovani Socialisti e i Giovani Comunisti, le GSU…

JM: Santiago Carrillo, no?

MA: Sì, allora avevo diciassette anni, e poi durante la guerra sono stato anche commissario politico, sono stato uno dei commissari politici più giovani dell’esercito, la mia unità si trovava al Pardo, e finì la guerra e in molti andammo ad Alicante perché stavano per arrivare le navi inglesi e francesi, e quindi lì cominciò la mia prigionia, mi arrestarono e passai 23 anni in carcere, anni che non ho perso, perché per me la prigione è stata un’università, la gente quando pensa che il carcere… Ricordo che un compagno mi svegliava tutti i giorni alle… C’erano i turni, si facevano turni ogni due ore, e io all’ultimo turno, che era quello dalle cinque alle sette, dicevo sempre a questo compagno che doveva svegliarmi, perché non avevo tempo durante il giorno per fare le cose che dovevo fare, perché avevamo scuole di formazione clandestine in carcere, e bisognava preparare i copioni, insomma, per la gente comune è impossibile immaginare cosa sia una prigione politica.

JM: Questo di cui parli lo collegherei adesso a una domanda che mi pare fondamentale, dalla prospettiva di quello che tu hai vissuto e l’oggi. La democrazia di oggi, in confronto alle speranze del passato, alle speranze che avete avuto in un determinato momento, dopo la sconfitta e soprattutto dopo l’esperienza vissuta durante quel governo libero e super moderno della Seconda Repubblica…

MA: La Seconda Repubblica, quella che ho conosciuto… Quando sono uscito dal carcere, nel novembre del 1961, ho trovato una Spagna che non conoscevo, completamente diversa da quella in cui avevo vissuto, da una parte era una Spagna più sviluppata, ma dall’altra c’era l’oscurità che governava, e com’era difficile respirare in libertà! E io incominciai come tutti quanti… La lotta clandestina, sono sempre stato in clandestinità, prima in carcere e dopo quando sono uscito.

JM: Ma tu quando sei uscito sei rimasto a Madrid o…?

MA: Io sono rimasto a Madrid per un breve periodo perché poi l’apparato clandestino mi ha portato all’estero, mi ha fatto uscir fuori perché il mio nome era già conosciuto e si erano impegnati a diffonderlo in tutto il mondo, e consideravano che fosse più utile fuori che dentro, perché è chiaro, dentro ero un uomo schedato, però con il particolare che non sapevano che io fossi Marcos Ana. Qui la polizia sapeva che c’era un Marcos Ana che scriveva poesie, nei giornali si diceva addirittura che fosse Alberti quello che scriveva, e non sapevano chi fosse il vero Marcos Ana [Marcos Ana è lo pseudonimo di Fernando Macarro Castillo che il poeta continua a usare al giorno d’oggi, nota dell’intervistatore]. Al punto che ricordo che mio fratello, che è morto quando era già anziano, era molto amico di un ispettore di polizia del regime, erano amici d’infanzia, e questo gli diceva quando io sono uscito dal carcere “Devi dire a tuo fratello che stia molto attento perché è sorvegliato”, e in effetti dovevo fare molta attenzione perché sapeva che facevo parte dell’apparato clandestino e che avrebbero potuto prendermi, e la situazione era proprio quella, tant’è vero che quando me ne andai quel poliziotto di cui ti sto parlando raccontò a mio fratello che lo chiamò l’ispettore generale di polizia, perché era quello incaricato di seguirmi, e gli chiese “Che vita sta facendo tuo fratello?”, e lui gli rispose “Una vita normale”, e l’ispettore ribatté “Sì, così normale che ieri sera ha parlato a Radio Parigi, e in più è Marcos Ana!” [ride]

JM: Bene, finora non abbiamo precisato che quando dici che eri un membro clandestino, intendi dire che eri un membro del Partito Comunista Spagnolo. Allora, tornando a quello che ti ho chiesto, la democrazia che abbiamo oggi, nel 2013, come la consideri retrospettivamente in relazione alle speranze che avevate voi, che siete stati incarcerati, che avete fatto l’esperienza della rivoluzione spagnola durante la Guerra Civile, riguardo a quello che ci ritroviamo? Tu con i tuoi 93 anni e io con i miei 58, che ho vissuto un’epoca diversa dalla tua…

MA: Invece di una speranza è stata una disperazione quella che abbiamo trovato, e questo è dovuto al fatto che la transizione non ha mosso nulla qui in Spagna, la transizione non ha mosso nulla, e sono andati avanti gli stessi poliziotti, le stesse leggi, vale a dire che tutto è rimasto uguale, il Tribunale Supremo era lo stesso, non si era mosso nulla, la transizione non ha cambiato assolutamente nulla, e pertanto la memoria, la memoria dei vincitori persisteva, e persiste, credo, ancora, al di sopra della memoria dei vinti, ed è chiaro che era una situazione difficile per noi così come lo è adesso, ed è necessario rigenerare questa democrazia, che è una democrazia incompleta.

JM: Credi, dunque, che avrebbe dovuto esserci la rottura?

MA: È chiaro, avrebbe dovuto esserci la rottura, quello è stato il problema, che la transizione non ha rotto niente, non è successo niente, siamo passati in punta di piedi a un regime diverso però senza che cambiasse niente. Ti posso dire che gli stessi poliziotti che mi hanno torturato, gli stessi, sono arrivati alla pensione, ché io li conoscevo, sono arrivati alla pensione con i loro ranghi, con i loro salari, perché non è stato cambiato niente, e invece se ci fosse stata la rottura… Però qui non c’è stata né Rivoluzione dei Garofani né niente.

JM: E da lì, diciamo, al fango di oggi, perché in effetti la situazione che viviamo, e sarai d’accordo con me, di distruzione di tutte le istituzioni, di degenerazione, proviene dal fatto che non c’è stata rottura, e che, anzi, in realtà c’è stata continuità, accettata, dai partiti…

MA: Ricordo che allora avevo scritto e dicevo in un titolo di giornale, adesso non ricordo di preciso, che era necessario ricorrere a un miracolo della genetica politica per ammettere che una creatura di Franco, qual era Juan Carlos, potesse nascere con vocazione democratica, era assurdo! E così è stato.

JM: In un certo qual modo, converrai che quello che è stato fatto agli spagnoli dopo il 1939 è stato sottrarre loro la democrazia… E che con la transizione si continua a sottrargliela, perché con il tipo di legge elettorale che hanno messo in piedi per impedire che si possa ripetere di nuovo un’esperienza come quella della Seconda Repubblica, vale a dire, facendo in modo che i paesi abbiano più voti che le città, e così via, non dovremmo sorprenderci se adesso ci troviamo in questa situazione. Come ultima domanda, vorrei chiederti una cosa abbastanza semplice e credo che potrai rispondere con altrettanta e assoluta semplicità: la tua eredità, quale sarebbe la tua eredità? E uno spazio per una nuova poesia?

MA: Beh, ti avverto che sono un poeta un po’ speciale, sono un poeta che scrive poesie però non sono un poeta nel senso che… Che potremmo dire è la sua semi professione, io sono soprattutto un politico che scrive anche poesie, però in realtà non è la mia vocazione, per così dire, principale, perché la mia vita è un’altra, viaggio continuamente, e sì, spesso scrivo delle poesie, ho due libri di poesia pubblicati, ma il mio lavoro non è quello, il mio lavoro è quello per cui continuo a viaggiare per tutto il mondo, e quello che porto con me è un messaggio della Spagna che vogliamo, della Spagna che abbiamo oggi, se è sufficiente o no, insomma… E ho molti spazi aperti in Europa ed è una cosa molto interessante, mi chiamano, mi chiamano per una questione concreta, di cultura, per un omaggio a Machado, però io ne approfitto per spiegare quello che a me interessa che conosca la gente.

JM: Che sicuramente è quello che hai sempre fatto da quando sei uscito dal carcere, quando prima dicevi che si pensava che fosse meglio che stessi fuori dal paese…

MA: E poi una delle costanti della mia vita è stata sempre la solidarietà, chiaro, perché io sono figlio della solidarietà, ed è naturale che non posso dimenticarmi della gente che…

JM: Tu sei uscito di prigione per la pressione internazionale…

MA: Sì, io sono uscito di prigione per la pressione internazionale, e per questo quando ho riavuto la libertà invece di rifugiarmi nella mia famiglia, mi sono messo subito a viaggiare e ho girato tutta l’Europa.

JM: E anche l’America…

MA: Sì, sì, e poi sono andato in America e praticamente l’ho girata tutta, adesso già non viaggio fuori dalla Spagna, non viaggio perché i medici non vogliono, ma in ogni caso continuo a fare gli stessi lavori e magari devo scrivere una lettera per i prigionieri del Perù perché me l’hanno chiesto le loro famiglie, e vogliono che mandi una lettera, che loro invieranno clandestinamente perché per i prigionieri sarà un sollievo, faccio sempre cose che dànno soddisfazione anche a me, e soprattutto quando si tratta di carcerati, di gente che ha perso la libertà, seguo sempre certe questioni, adesso viaggio meno, però può essere che un giorno mi trovi nel Sahara e un altro giorno in Palestina…

JM: Credi dunque, come ti ho chiesto prima, che esiste nella realtà sociale ed economica che viviamo nel nostro paese, in Europa, un nuovo spazio per una poesia che sia carica di futuro, come diceva Celaya?

MA: Sì, sì, certo che c’è questo spazio, però è chiaro che i poeti non si fanno, i poeti nascono, e prima di tutto dipende dal fatto che questa gente sia impegnata, già che c’è molta gente che resta chiusa nella propria torre d’avorio, quelli che scrivono per sé, scrivono bene, e fanno delle belle cose, però non fanno una poesia d’impatto, che è ciò che manca adesso, e bisogna farla, e c’è spazio anche per quello, è uno spazio che è necessario riempire. Credo non solo che ci sia spazio nel campo della poesia, ma anche nel campo della politica, spazi che per loro natura sociale sono nostri, sono spazi nostri, e tuttavia dico, lo so perché viaggio molto, e mi rendo conto che la gente è trascurata ed è trascurata in spazi naturali nostri, spazi sociali che ci appartengono, e invece questa è la situazione… Bisogna lavorare di più in quel senso, in poche parole, io faccio quello che posso ma cerco di spiegare ai compagni che io sono un comunista, ma sono sempre un comunista di caserma, e per questo il tale… Isaac Rosa, Isaac Rosa dice… Io ho scritto un libro di memorie, Ditemi com’è un albero, ebbene, lui dice, lo scrisse in un quotidiano, “Ditemi com’è un comunista”, e spiega perché i comunisti sembrano persone di mentalità ristretta, che sono fatti così o cosà, e invece Marcos Ana è diverso, è comunista però è tutt’altro tipo di uomo, riferendosi al fatto che sono aperto a tutto, e che rispetto anche gli altri, e le idee degli altri, perché gli altri hanno diritto ad averle, perché altrimenti sarebbe…

JM: Marx era aperto a tutto, rispettava, analizzava… Questa idea di immaginare che il comunismo è una specie di cosa oscura, perversa e così via, ma è chiaro, la propaganda… E anche le situazioni storiche che hanno avuto luogo. Per terminare l’intervista, vorrei tornare di nuovo a certi poeti. Non so, tu eri molto giovane, non so se conoscevi Neruda, Miguel Hernández, Federico García Lorca…

MA: Sì, con Miguel Hernández sono stato in carcere, ho coinciso con lui nel convento Conde de Toreno, qui a Madrid, che avevano trasformato in prigione.

JM: Ti mostrava quello che scriveva?

MA: Certo, sì, certo, e poi era un uomo molto socievole, gli piaceva sempre… Era circondato sempre da gruppi di gente lì in carcere, perché faceva lezione…

JM: Istruiva i prigionieri che non sapevano leggere e scrivere?

MA: Sì, sì, c’era anche Blas de Otero…

JM: E Federico l’hai conosciuto? Federico García Lorca.

MA: No, no, l’hanno ucciso subito….

MA: In quella Madrid in cui tu eri molto giovane, dato che viveva proprio qui… Sai che viveva nella Calle Goya, all’altezza di Narváez? Già che non viveva troppo lontano dalla Residenza degli Studenti immagino che scendesse in tram…

MA: Ah sì? Questo non lo sapevo…

JM: Era un po’ di tutto questo che volevo parlare con te, Marcos, ti sono veramente grato per la tua gentilezza e per l’invidiabile lucidità ai tuoi 93 anni.

Una volta terminata l’intervista, continuiamo a chiacchierare per un po’, e vengono fuori delle curiosità che vorrei riportare in queste pagine.

Parliamo della sua vita, del suo coraggio e della sua pazienza che non gli ha mai fatto perdere la certezza che le cose possono cambiare. Parliamo del carcere, di quei lunghissimi 23 anni passati dietro le sbarre. E perché no, parliamo di quell’esperienza già caduta nell’oblio e praticamente sconosciuta alle nuove generazioni di giovani, l’esperienza della Seconda Repubblica e dell’opportunità perduta, che ha avuto come risultato il fatto che il nostro povero paese sia caduto nelle mani di odiosi e vendicativi criminali fascisti assetati di sangue, e che siamo sprofondati nelle tenebre più oscure per quarant’anni.

E parliamo di Federico García Lorca, di Luis Cernuda, di Rafael Alberti e Miguel Hernández. Degli ultimi due poeti conserva innumerevoli lettere, una corrispondenza privata che un giorno vedrà la luce. Conserva lettere anche di Neruda. Però i miei occhi scrutano con un’impazienza insolita le pareti dello studio dell’appartamento dove Marcos vive e scoprono disegni di Rafael Alberti dedicati al poeta, e la famosa litografia di Pablo Picasso della colomba, con il prigioniero dietro le sbarre della cella. E parliamo di Picasso, como non avrebbe potuto essere altrimenti. Deduco che deve averlo conosciuto, che una volta uscito dal carcere avrà avuto numerosi incontri con “il Maestro”, come lo chiamavano tutti. Invece noto subito nell’espressione che gli segna il volto che così non è stato. Le sue parole me lo confermano. E una certa tristezza emerge dalla storia che mi racconta: “In un certo momento della mia vita, mi sono reso conto dell’errore che ho commesso negandomi ad andarlo a trovare. La persona che faceva da contatto tra me e lui me lo diceva sempre: «Il Maestro chiede sempre di te, vuole che tu vada a trovarlo…» Pero a quel tempo non davo importanza a questa cosa. Conservo le sue lettere e le richieste che sollecitavano che mi fosse restituita la libertà. Tramite la persona che manteneva il contatto tra noi due mi fece arrivare la famosa serigrafia affinché la distribuissi tra le personalità che incontravo una volta che avevo abbandonato la Spagna, Olof Palme, Louis Aragon, Pablo Neruda… E nient’altro. Ancora oggi mi pento enormemente di quella mia ottusità a negarmi ad andarlo a trovare. Ma sai… oramai non c’è soluzione.”

Parliamo della casa in cui abita, di come fino a qualche mese fa viveva al terzo piano dello stesso palazzo e da lì suo figlio poteva scorgere, oltre i tetti di Madrid, l’orizzonte della città. Ma Teodulfo Lagunero, l’impresario comunista che tanto ha fatto per il partito, suo protettore e amico che gli mette a disposizione la casa in cui ha cominciato a risiedere dopo essere rientrato a Madrid, ha fatto di tutto per convincerlo che l’appartamento al piano superiore si era fatto piccolo per lui e già non poteva lavorare tranquillamente, così che Marcos si è visto “obbligato” a scendere al piano di sotto. Mi fa ridere il tono tenero di ramanzina che impiega nel raccontarmi tutto questo.

Ma c’è qualcosa, soprattutto, che mi lascia senza parole, che mi commuove. Nell’intervista ha fatto emergere chiaramente la sua provenienza umile e quasi analfabeta. E quando inizia a spiegarmi come lui stesso, una volta che ha imparato a leggere e a scrivere bene, diventa il professore improvvisato dei suoi genitori ai quali cerca di insegnare i rudimenti delle prime lettere, mi invade un’emozione immensa.

Vorrei stirare il tempo, perché mi sento un privilegiato in questa mattina invernale accanto a questo giovane anziano che non smette di vivere, neppure per un secondo.

Traduzione di Roberta Buffi

Per cortesia di Jesús Marchante

e della rivista Intempestives (Parigi, L’Harmattan)