Incontro con Amelia Rosselli sulla Metrica

Ulisse n.16 – Nuove metriche nella poesia contemporanea
Frammenti da Laboratorio di poesia “Primavera 88”di Elio Pagliarani – 28 aprile
1988 – A cura di Biagio Cepollaro e Paola Febbraro

Questo testo è nato grazie all’idea di Paola Febbraro di mettere on line la sbobinatura di una registrazione di una lezione che Amelia Rosselli tenne nell’ambito del
Laboratorio di poesia di Elio Pagliarani nel 1988. Ringrazio qui il Fondo Manoscritti dell’Università di Pavia,Paola Febbraro ed Elio Pagliarani per la gentile autorizzazione a pubblicare il testo. B.C. Milano, 2006Alcuni brani sono stati pubblicati sulla rivista ‘Galleria’ nel numero monografico dedicato ad Amelia Rosselli (gennaio-agosto 1997) con il titolo’Lezioni e Conversazioni a cura di Paola Febbraro.

Scusate se non faccio un corso breve sulla metrica classica o greco-latinao la metrica operistica e persino orientale. Vorrei leggere un saggio che fu pubblicato molti anni fa con il mio primo libro, intitolato ‘Spazi Metrici’, e vorrei spiegarlo perché è un saggio che leggendolo tutto d’un fiato è troppo denso, troppo teso anche se divulgativo, per essere compreso. In realtà è frutto di un buon dieci anni di ricerche. Devo premettere che dal momento che la formulazione metrica che spiego in questo saggio m’è stata definitivamente chiarita, ho potuto veramente scrivere poesie come le volevo dopo aver passato… a parte le ricerche in varie biblioteche non solo italiane ma francesi, inglesi, tedesche qualche volta… essendo musicista certe questioni di glottologia, acustica musicale coincidevano. Devo dire che prima d’aver risolto il problema di cui parlo nel saggio scrivevo in un verso libero non molto tipico della poesia italiana.

Capivo che il verso libero era stanco e non soltanto in Italia, perché il neoclassicismo che è un po’ di voga oggi, non era accettabile nel tipo di contenuto che volevo proporre. Allora… questi diversi libri… ho portato con me il libro uscito nel maggio ’87 con Garzanti, che dà parti dei miei sei libri in italiano: ha buona parte del primo libro, perché è completamente esaurito, del ’64 ‘Variazioni belliche’, circa metà del secondo e via dicendo sempre meno fino a scendere. C’è anche ‘Spazi metrici’con due piccole correzioni mie, perché fu scritto dietro incitamento di Pier Paolo Pasolini, che fece pubblicare proprio ‘Variazioni Belliche’da Garzanti. Io non avevo mai pubblicato su riviste, salvo che attraverso Elio Vittorini sul Menabò numero 6. E fu questo che interessò Pasolini e volle conoscermi,lesse il libro e allora mi chiese di questo mio sistema metrico. Ci mettevo tanto tempo a spiegarglielo che mi ha detto: “Perché non ne scrivi?” …

e sono tornata a casa terrorizzata perché… dieci anni di ricerca anche penosa, difficile… andando contro corrente e sapendolo, mi preoccupava. Sono riuscita a fare un saggio divulgativo, una postfazione divulgativa chiamata ‘Spazi Metrici’…che sembra divulgativa, ma io l’ho già letta in pubblico in altri circoli culturali due volte… però farmi capire fino in fondo… quasi impossibile. Perché è apparentemente divulgativo. Allora leggerò una parte alla volta e poi mi spiegherei meglio, facendo qualche volta confronti se non di poesia, con i libri che escono oggi sulla metrica, classica e no: Linguistica, la metrica italiana, metrica e poesia, strutture formali. La metrica orientale comincia a interessare tutti quanti, specialmente quella giapponese, ma credo è un po’ presto, non abbiamo risolto i nostri problemi.

Devo dire che quando scrivevo in versi liberi io ero partita dall’inglese perché ho dovuto adattarmi alla lingua inglese intorno ai dieci anni quando siamo scappati dall’Europa e dall’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale. E allora avevo una formazione d’inglese in cui la lingua stessa forza sì ad un verso libero che forse è più vicino a quella scuola detta degli i maginisti, più vicina alla scuola di Dylan Thomas e si noterà anche nelle traduzioni fatte dalla vecchia Guanda del ’43, che il verso libero inglese ha sempre il verso più largo perché per tradurre quei versi in italiano ci vuole due volte lo spazio e quindi noi abbiamo tendenza a fare un verso libero che più o meno sapete di cosa si tratta, un po’ breve per non dare fastidio al margine, al marginatore dell’editore.

Avendo versi larghi l’italiano è sempre una lingua lenta e sonora, piena di forme grammatica li derivanti in gran parte dal latino, noi siamo forzati nel costruire un verso lungo e libero a far rientri che sono, se ripetuti su una pagina, danno una confusione visuale al lettore che rende la poesia un po’ più espressiva ovviamente, allora si tenta di usare caratteri più piccoli ma insomma nell’insieme il rientro si può fare uno o due volte in una pagina normale di italiano. Con l’inglese che scorre rapido, essendo lingua molto più liquida, con vocali poco aperte, con grammatica di tipo intuitivo, il verso lungo sonoramente prende forma di… almeno come immagino io, di Hopkins, Dylan Thomas, gli imaginisti, persino Ezra Pound… prende forma un po’ curva e la sonorità è un breve istante, si può parlare l’inglese tra i denti, quasi senza aprire la bocca, non si può far questo in italiano, bisogna pronunciare sillaba per sillaba. La sillaba può sparire in inglese, infatti ci sono dei tentativi di versificazione molto rari in Italia…continua a leggere sul pdf

Testo tratto da:
http://www.cepollaro.it/poesiaitaliana/E-book.htm