Dal numero 13 di Ulisse

Ci sono diversi motivi per cui uno scrittore può trovarsi a citare sé stesso, e diverse modalità in cui può farlo. Per rintracciare o rimarcare lo svolgimento di un percorso, segnato da più o meno profonde discontinuità, da cambi di direzione discreti o clamorosi; per contemplare, ritessendolo, il filo di uno sviluppo; per confrontare l‘oggi con lo ieri, e verificare la tenuta di una somiglianza o il tasso di una trasformazione. Riscrivere sempre “lo stesso” libro, non aver scritto che un unico libro fatto di tutti gli altri riuniti: sono numerosi gli autori anche grandi che hanno creduto di poter descrivere il proprio operato in questo modo, magari sfruttando, nelle dichiarazioni, le risorse metaforiche del formato cartaceo e del volume per disciplinare le differenze e le eccentricità sul filo che separa recto e verso del foglio. D‘altro canto l‘autore – una funzione o un dispositivo, e non una persona, quindi tanto varrebbe parlare solamente di autorialità – serve proprio a recintare, unificare nel segno di un‘intenzione progettante una serie di testi scritti sì dallo stesso individuo ma per altri versi profondamente eterogenei (senza voler qui considerare i casi di apocrifia e pseudonimia)… leggi in (pdf) l’intero contributo.

width=