Recensione di Alessandra Peluso su “Porto in cenerePuerto calcinado”, di Andrea Cote, LietoColle 2010.

“Maria” è il punto nevralgico della poetica di Andrea Cote, dal quale si diramano in modo fitto e denso i ricordi, le ferite, gli abbandoni, la terra «dove lasciamo la ferita che c’inferse la mano di Dio: / il corpo». Sede di sentimenti, di sofferenze, di morte sembra essere inopportuno, un ostacolo da superare, per l’elevata personalità di Cote.

Il corpo è un “porto in cenere”: si salpa, si vive, attraversando il mare della vita nelle ipotesi e negli imprevisti ingiusti. E giunge ad incenerirsi con la morte. Si legge: «La morte è un gioco che perdiamo. / É necessario, intanto, / non sfiancarsi / strapparsi il cuore dal cuore / nasconderlo per sempre nell’ombra, non lasciare alcun odore nelle stanze, non colmare l’oblio». (p 73).

Sono dei versi che per la loro magnificenza spaventano. Indice di una profondità quasi abissale di Andrea Cote che esibisce nell’intera raccolta poetica. “Porto in cenere” è l’apoteosi dell’amore nei riguardi di Maria, è un canto che raggiunge vette altissime di dolore, di mancanza e in un certo senso di voluta incapacità ad accogliere tutto questo, ad accettare che «i fiori marciscono / dall’odio che provano per noi / e la terra apre fosse / per obbligarci a morire». (p. 31).

Non si tratta certo di una poesia da passeggio o di paesaggio, come direbbe Antonio Verri, né di passaggio, ma è una poesia che testimonia la forza e simboleggia l’esistenza, l’esserci e l’essere sempre anche quando questo “sempre” sembra aver fine. È una silloge imperniata di emozioni che lasciano profonde ferite, è vissuta e coinvolge ogni arto del corpo e dell’anima perché il senso di “Porto in cenere” intende lasciare un significato espresso e inespresso, implicito ed esplicito nei versi che divorano come un animale, ma «l‘amore è un osso / che rompe il corpo da ogni parte». (p. 43).

È prorompente, ma non irruenta la sensibilità di Andrea Cote che nella determinata sofferenza di ciò che esprime è paradossalmente delicata come la cenere, leggera, come una coltre ti protegge.

Non può non affascinare il lettore che non declina l’invito di versi così belli e opulenti, ricchi di metafore necessarie a volte per mitigare il dolore e non ingannare. Un linguaggio elegante, ma intenso e cruento per certi versi. Si legge: «Maria, / parlo delle montagne su cui la vita cresce lenta / quelle che non esistono nel mio porto di luce / in cui tutto è deserto e cenere / e il tuo sorriso è un gesto sfiorito». (p. 29). E ancora: «Ricordati, Maria, / che siamo / pasto di cani e d’uccelli, / uomini calcinati, / cortecce vuote / di ciò che siamo stati». (p. 31).

Dall’amore assoluto verso Maria, la sua donna, la sua bimba agli elementi naturali come la terra, l’acqua a ciò che dà fondamento alla vita, rivelandone la tragica univoca realtà di un corpo ormai logorato. È il corpo, la parte che l’autrice vorrebbe non esistesse, perché fa paura, fa soffrire e nel corpo si avvertono i segni del cedimento, del tempo che scorre e del dolore che lascia squarci che non si possono cucire. È descritto come una casa vuota «anch’io vi entro, / ma esso non mi abita». È inaccettabile come una trappola mortale dalla quale non si vedono vie di fuga, resta l’amara consolazione di un “porto in cenere” dove anche Penelope insegna ad attendere l’arrivo nel porto alle “bimbe cattive” disfacendo ogni notte la tela.

Andrea Cote possiede il talento poetico e lo esprime chiaramente e in modo sublime. Sono stupefacenti i suoi versi, non sono innocui, colpiscono e non sbagliano direzione, giungono al centro, arrivano dentro. E con l’ansia d’amante si legge “Porto in cenere”: «In questa traversata, / in cui l’altra sponda ci abbandona, / discendiamo nella notte con ansia d’amante. / Ritorniamo / – come avrebbe voluto Orfeo – / sospettando». (p. 83).

Al lettore non rimane alcun sospetto, ma anzi la certezza per nulla celata di essere stato catturato dalla poesia di vita di Andrea Cote.