Nota

Vittorio Orsenigo ama il buon cibo. Quando parla di letteratura – poco incline a servirsi del lessico – spesso pari a nobile letto di contenzione – degli addetti ai lavori – si adagia volentieri nella sfera della nutrizione, dei sapori, degli odori, dei profumi, infine dell’etichetta che amorevolmente governa gestualità e voci del felice commensale. Chi almeno un po’ lo frequenta sa come prediliga quanto, talora prodigiosamente, apre un convito e con quale spregiudicatezza accomuni certi bocconcini sostanziosi ed essenziali alla prosa di taglio più o meno aforistico. Di questa forma e sostanza, ad esempio, sono le sue “Lettere a Giuseppe Pontiggia” (Archinto-2006), messaggi di varia natura e di costante passione allo scrittore tanto amato che di tale flusso unidirezionale, scrive: Essere il destinatario di uno scrittore estroso e caleidoscopico quale Vittorio Orsenigo è un privilegio di cui sono orgoglioso (…) raramente invenzione e ironia, simpatia e grazia hanno trovato come in queste lettere il loro felice punto d’intersezione.

Nella stessa scia e, si spera, della stessa fragranza – I pizzini di Amblar.

Un testo

S t. Felix – S. Felice: la baita si trova sulla strada che va a Merano. Si parla tedesco. Ordiniamo polenta, funghi e uovo al tegamino. Poi lo strudel. Due Ferrari rosse, l’una sulla coda dell’altra, oscenamente rumorose, ci bloccano la digestione. Rintronati i nostri stomaci, rintronata la valle.

«Due grappe bitte».


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