La casa della vita

di Elio Grasso

L’esistenza ha a che fare con la scrittura di Daniela Andreis, almeno quanto Celan la considerava attuale e reale nella propria poesia. L’esposizione delle pareti di una casa (della vita, della crescita, dell’educazione, del “vero”) in cui inscriversi, grattare, e respirare, qui è un processo compositivo in cui lo spirito è padrone. E insistente, poiché riga dopo riga nella lingua di Daniela il dialogo con il padre non viene mai meno. Lo spostamento dell’intonaco pretende mani agili ma forti, e unghie rotte dal continuo scalfire il mistero. Quando si guarda attoniti una partenza, e ancora di più un ritorno, è sempre la stessa ora che ci definisce. L’unione ferrea, squadrata, con le parole è materia “in pieno senso”, la forma che avanza passando, come volesse prendere il posto dei pensieri. I padri, evocati per sé e per noi, sono sempre differenti, e in differenti luoghi diventano stanziali dopo una certa epoca. Immobili e riflessivi, si preparano a far diventare orfana la loro stessa carne, e chi un giorno posero nel mondo. La disponibilità recettiva dell’autrice è concentrata, e dunque ampia quanto un respiro, nella sua relazione intima con gli interventi (graffiti, elenchi di cose e idee cronologiche) sulla pagina. Sono giornate invernali che progrediscono restando in tutte le sue stagioni, e incontri con il livido nordico, probabilmente balcanico. Come avvenga che Daniela trasformi La casa orfana in un vademecum dell’anima, scritto in limpida densità, dovrà studiarsi d’ora in poi (interrogando anche la siderale raccolta di “lettere dell’anima” che è Aestella, – virgola inclusa –, del 2011), seguendo nel tempo il carattere di questa poesia. Si può riflettere senza celebrare, prendere atto della vocazione che non pretende facili similitudini in ogni pagina. Viene in mente la custodia (cosciente, rivelata, mai mondana) che Giulia Niccolai in passato dedicava alla vita stessa dei versi, come fossero figli da nutrire, forme semoventi, e mai sigillate dentro un quadrato bianco. Qui si sentono i fruscii della natura (mai impacciati da parodie grammaticali), i passi scricchiolanti, le suture fortemente volute affinché la perdita, tanto simile a quella del padre, non si trasformi in un dolore non profondo, o in antipatici insegnamenti. Se c’è un privilegio, questo è ingaggiato da un tramonto invernale, con i muri della casa schiariti come fossero imbevuti di latte. Daniela sa trattare il proprio esilio tenendosi stretto il lavoro della lingua, è garante del respiro a ogni pagina, anzi legittimando quei misteri che rischiavano di confluire in zone oscure, per finire incapaci di farsi riconoscere come umani. E soprattutto, inutili. Le cose dette in La casa orfana non si sottraggono alla responsabilità che il percorso si prende nel non voler scavalcare le punture dell’età, gli scorni e le evidenze ruvide. La casa contiene anche quel po’ di nafta che alligna in ogni luogo dove un uomo porta con sé moglie e figlia, con le persone che concernono entrambe, dalla nascita alla maturità. Come dire che le finestre si infrangono, se necessario, ma la lingua è il solo mezzo per esprimerlo senza nascondimenti. Daniela tiene la guida con destrezza, non lesina esposizioni personali tanto da calarsi nell’ustione. Lei fa sentire. In una solitudine pulsante e colma fino a squadernare lo stomaco, dandogli la forza perché avvenga “la svolta”. E la casa generi altre case, e le suppellettili non vengano disperse. Ogni poesia di questo libro forma l’impronta di mani che assomigliano al paesaggio, lo intensificano, liberando tutte le parole che l’autrice in passato aveva chiuso a chiave: “…paralume, battiscopa, farina, inclemenza, graniglia, e ancora e ancora”.