Ognuno porta con sé la propria casa, come un guscio la lumaca, gli appartiene a volte la rifiuta, le sta stretta, ma non si può negarla: è l’identità di ogni individuo, è una caratteristica peculiare della quale dispone la stessa Daniela Andreis e la raccolta poetica “La casa orfana”.

Ma chi casa non ha? Si annaspa nella malinconia in versi elegantemente intrecciati come rami sugli alberi, canta l’anima di Andreis quella sorta di tristezza per chi casa non ha, per quella casa orfana in cerca di una famiglia. Tra allitterazioni, assonanze, enjambement si spalancano alla mente immagini perfettamente nitide che chiariscono l’idea di una casa che identifica la vita di una donna, forse la stessa autrice, o forse tanti che abbandonano costretti la propria dimora o non l’hanno affatto.

Emerge un difficile contesto se pur celato da ricche descrizioni agresti che affascinano il lettore.

Si legge: «Tappiamo le orecchie / più che possiamo / per non sentire il pianto vero, / che tutto brucia, allaga e divide, / non quello del cielo / ma il devastante, / per il silenzio, / pianto umano». (p. 40). Si avverte l’eco del dolore devastante di un bambino che piange copiosamente una realtà di degrado, abbandono, misera condizione che spesso “La casa orfana” percepisce, e fa male, troppo sino a tener dentro ferite profonde da distruggere una casa che «se piove, perde la crosta, / un merlo si mangia la porta / e, piano piano, cade». (p. 41).

È davvero singolare la silloge di Daniela Andreis, magnifico il modo di descrivere sensazioni ed emozioni intense quasi in modo fiabesco, come se stesse raccontando una favola. I versi si tramutano in fiabe, nelle quali purtroppo un lieto fine non c’è, non resta allora che il coraggio e il conforto della poesia, la “taciturna poesia” che l’autrice adotta per narrare una vita di stenti, povertà, incertezze, abbandoni, illusioni che solo una bambina vive come in una “scatola, un lego”. Ma c’è anche la bambina che «appendeva l’acquasantiera sopra il comodino / quella era la sua chiesa, lì sotto si addormentava / e sulla fronte leggevi la sua breve preghiera». (p. 52).

Accanto alle poesie di Daniela, la maestria nel disegnarle di Giovanni Benedetti che le illustra con efficacia, eseguendo una tecnica di chiaro-scuro proprio come la vita: luci e zone d’ombra, senz’altro più numerose ma sono queste che rendono adulta una bambina che ha sofferto, orfana di una casa, di affetti, di una famiglia ma non orfana della vita che ancora sente e la tesse con cura e matura consapevolezza.

È nitida inoltre la delicatezza dell’autrice nel narrare solitudini drammatiche e i bellissimi arredi e suppellettili – i versi – che creano una casa da sogno, ecco sì un sogno che vorrebbe si realizzasse ma che non le resta altro che un’infanzia di dolore in un pianto che fa di “un prato impaziente / nuovo solco del rimpianto”. «Casa canta / nell’altra stanza / a labbra chiuse / china sbilenca …» e ancora «La mia casa cade a pezzi, / lascio fare; sulle sedie crescono i tarassachi / tra le mattonelle sbucano i polloni / di fichi o di capperi». (p. 28 e s.).

Si avvertono odori e sapori di un Sud con affreschi di prati, piante medicamentose che Andreis utilizza sperando di curare le ferite, sono dipinti colorati e fantasiosi che non sembrano affatto appartenere ad una casa orfana. Non c’è carenza nelle poesie di Daniela Andreis, non ci sono mancanze nella forte espressione di vita che conferisce sublimità alla silloge. La nostalgia, la malinconia, il dolore sono presenti e incisivi, tuttavia, non opprimono né sfiancano il lettore che invece come una panacea assurge al verso, cercando di nutrirsi di quella positività che anche la solitudine, l’essere orfano regala. Si augura persino di dar sollievo a chi una casa non ha, a chi nulla ha, sostegno ad una tenera bambina che col suo guscio, diventato oramai corazza, lo porta con sé.

È una donna matura e cosciente di un’infanzia da non dimenticare e farne tesoro per avvantaggiarsi col tempo di una vita – tenace, orgogliosa della sua interiorità – costruita nella solitudine e consolidata, oggi più che mai vogliosa di raccontarla e condividerla.

Oggi sì che non è una donna sola né orfana.

di Alessandra Peluso