LA POESIA DELL’ATTESA

L’opera prima di Maria Grazia Palazzo AZIMUTH, Lieto Colle editore, si qualifica, prima facie, per una certa ricerca di perfezione che nella sua poesia, prima che forma è ricerca della verità, come risulta dall’esergo dedicato a Simone Weil: “Il bisogno di verità è il più sacro di tutti”. La ricerca della parola che si fa strada nella costruzione del verso, diventa ricerca della perfezione, come a sopperire ad uno stato di irrisolta insoddisfazione. Nel definire la poesia di Maria Grazia Palazzo direi che è poesia dell’attesa. Dove l’attesa resta irrisolta, in bilico, sospesa tra tormento e aspirazione alla gioia. L’attesa che annuncia nel turbinio dei sentimenti mi sembra caratterizzi proprio l’identità e la complessità femminile. “Essere al di là del bene e del male/ cincischiare dentro parole usate male/ tendere le braccia verso un orizzonte/ segreto embrionale da emendare/ accogliere/abbandonare le false certezze/imbarcarsi/anche carichi di zavorre/frenesia d’essere oltre”. E dunque il verso annuncia un viaggio, o ancora l’attesa di un viaggio. Un viaggio verso l’azimuth, l’orientamento, la destinazione ideale, ma non il punto d’arrivo. Perché il punto d’arrivo è già di per sé l’attesa. O, per dirla con Montale in Ossi di Seppia “ Ma in attendere è gioia più compita”. C’è dunque una soddisfazione nell’attesa, una certa gratificazione. Il tentativo di trovare risposte alle domande che non trovano risposte: “annunci sussurrano l’enigma/ di vita peritura/ed epitaffi/come enigmi al tramonto/di catrame/di sabbia”.

Ma Maria Grazia Palazzo vuole la soluzione, la cerca e pare trovarla in evocazioni infantili, anche se assalite dal vivere quotidiano: “ dipendo dalle ombre d’un passato che ritorna/io dipendo dai giorni d’amore mancato/ se covare il vivere è cercare tempo nuovo”. E ancora “Ferma il disordine del dolore/la precisione delle parole/ e cerco il coraggio/una cosmogonia vitale/le voci dell’infanzia/sorgive intermittenze scorrono/in pioggia di sole”. E la ricerca della perfezione della parola che annuncia, nella parola che è attesa, diventa oblio, via di fuga dall’irraggiungibile, con le sue ansie, tormenti,insoddisfazioni. “L’alba colora ciò che è visibile/e il cielo rimane invisibile/dentro socchiuso/nell’occhio che vede”. C’è un mistero. E persino Dio si fa assente “nel silenzio assordante/vaniloquio della mente”. Dove andrà la poesia di Maria Grazia Palazzo non ci è dato sapere. Essa è nella transizione di una continua ricerca come si afferma nel desiderio di abbandonarsi a Dio: “ E torneremo alla festa patronale/che ci ha generati/dove non saranno più venditori di mandorle e di olive/ma solo fuoco/solo polvere.

Sensibile la forma e il contenuto in cui si esprime la poesia di Maria Grazia Palazzo, in particolare mediante l’uso dei verbi all’infinito, a evidenziare il divenire, a superare i confini del tempo, a indicare quel “già e non ancora” cui rimanda anche la punteggiatura essenziale, quasi minimale. In fin dei conti la ricerca è nell’oggi. La forma, essenziale alla poesia, è qui anche sostanza, poiché comunica il suo contenuto, lo esalta, affidandolo, infine al pensiero altrui. Come un pensiero aperto la poesia femminile di Maria Grazia Palazzo parla al cuore e alla mente del lettore, aprendosi a una libera condivisione di un viaggio interiore. Come in Sfere lucide a incastro:

Fissa finestra sul mondo

vorrei fosse fessura di cielo

oh mio azimuth

e poi una nuvola

e poi perdermi

segnando tutto.