Dalla rubrica lo scaffale di Luigia Sorrentino, 10.12.2012

“Mi ricordo un giovane timido e gentile che mi aveva portato da Guanda, in diversi faldoni colorati, una grande quantità di suoi versi. La quantità mi aveva un po’ sorpreso e un po’, inizialmente, anche scoraggiato … Poi, però, avevo affrontato quelle poesie, rimanendone spesso decisamente colpito, molto colpito, come raramente accade. Sto parlando del giovane Giuseppe Piccoli, di oltre trent’anni fa, del tempo in cui collaboravo con Giovanni Raboni alla Guanda che allora dirigeva Diego Paolini.
Avevo allora mostrato una parte di quei versi proprio a Raboni, che a sua volta era rimasto impressionato dall’originalità, dall’energia insolita, dalle improvvise accensioni e lacerazioni interne che rivelavano una personalità poetica di prim’ordine. …. Giuseppe Piccoli era nato nel 1949, in quel periodo i giovani poeti erano, tra gli altri, Dario Bellezza, Milo De Angelis, Cesare Viviani, Giuseppe Conte, Vivian Lamarque, Patrizia Cavalli e si affacciava Valerio Magrelli. Ho pensato da subito che Piccoli, di quella generazione (la mia, generazione) fosse una delle figure di più sicura consistenza, e oggi, quell’idea si è in me rafforzata.

dalla prefazione di Maurizio Cucchi

Di certe presenze di tensione

Baci. Ma nell’aria c’è una
malattia dell’Essere: la chiami
noia per ripetermi e quindi
evadere ogni possibilità di offesa.
La chiamo «mondo» e, rinnovandomi,
c’è questa splendida facoltà di intesa.


Il figlio e il dio sono sospetti:
l’ateo del sentimento naturale
scopre errori di cifra: si confida
l’amico penitente, chiede un aureo consiglio.
Ma il viaggiatore conclusivo che l’ascolta,
non l’attende, e si muta nell’anonima gente.

Sinché resista questa scorza
d’uomo, sin che la polpa
non s’asciughi, apri
la finestra sul mondo:
perché di te sia inconsumabile
il vero vento e la reale rosa
bianca, dell’uno e dell’altro
bimbo, di quelli che reggono
il velo di Ecce Homo.