Davide Cortese – Madreperla – leggi un assaggio in (pdf)

Recensione di Alessandra Peluso:

Madreperla è una pietra preziosa contenuta in uno scrigno quale un’ostrica, madreperla è la coscienza, la regia di un’opera che si manifesta in modo chiaro ed evidente nella raccolta poetica “Madreperla” di Davide Cortese.

È linfa che scorre da un albero, che nutre benevolo e generoso chi annichilisce per sterile vita. È l’ebbrezza dell’onirico che eleva in una dimensione al di là del possibile, del malleabile, del visibile. I versi di Davide Cortese incantano e donano un profumo leggiadro e intenso, inebriano con momenti di semplice natura raccontati con amorevole cura come l’amore per una donna che celebra come un rito mistico, rappresentando il coinvolgimento di due esistenze che si aggrovigliano al pari di una medusa ad una sirena, “due lingue accese che giocano con la dura perla”: «Dammi la tua bocca, ne ho sete. / Per il silenzio di un bacio io grido. / Sulle note del nostro tacere, / su un melodico silenzio marino / danzano le mie lucenti meduse». (p. 16).

Danzano altalenanti, ondeggiano i versi immergendo il lettore in un mondo fiabesco, nella natura splendida che lascia senza fiato come le metafore che in un certo senso deviano l’attenzione forse volutamente dal poeta per narrare invece il dolore, la mancanza, un amore desiderato voluto e ormai lontano. Perché niente è come sembra, dietro l’apparente bellezza di una madreperla, di un bosco, di un’estate di girasoli si cela l’esistenza complessa di desideri innati, inconsci che deturpano il paesaggio incantato, la natura rigogliosa come un piromane che appicca un fuoco. Ecco appunto Davide Cortese appare un piromane che incendia, alimenta il fuoco della poesia, benevolo certo, vitale, penetra il verso come la freccia il suo bersaglio.

«A dorso i miei demoni / ti porteranno la luna / solo perché tu / come fosse biglia / la spinga col dito / rovesciandola in mare. / Ne seppellirai la luce / sì / ché tu soltanto / brillerai nel buio». (p. 36). È fulgore la poesia qui descritta e vissuta con naturalezza, come la quotidianità di una vecchia al mercato che si è guardata alla pozzanghera, come un mendicante, uno spaventapasseri. Si vivono le contraddizioni della vita, i conflitti, le delusioni che a volte si fa fatica ad accettare, ma la poesia è anche questo, è la vita decantata e smussata in versi dalle abili mani di un poeta. La vita lascia ferite tatuate da esibire con orgoglio, pugni raccattati silenziosamente, lascia l’orgoglio di vivere e di essere vivo come “Madreperla”, una silloge che coinvolge e permette di vedere i colori dell’arcobaleno di un’esistenza che ammalia e fa volare alto come una mongolfiera: «È arancia dolce / la mongolfiera / su cui volo, / e poi luna, poi sole. / È il volto tuo / che sorride. / Bolla di sapone / la mongolfiera / su cui volo»(p.51).

Per leggere “Madreperla” di Davide Cortese occorre utilizzare tutti i sensi perché ognuno è investito in ogni verso: il gusto, l’olfatto, l’udito, il tatto, la vista e questa compresenza costante rende merito alla poesia e comporta un impegno totalizzante del lettore che vive i versi con intensità e umano interesse. Eh sì c’è l’uomo, c’è l’umanità, una necessaria commistione di suoni, colori, odori che nutrono l’esistenza nella gioia e nel dolore, nella sofferenza di un amore, di una semplice descrizione di una realtà quotidiana.

È chiaro che la banalità non appartiene a questa silloge che pulsa di energia vitale, rinverdisce anche chi sembra sfiorire provato da un sentimento dannato.

«È con facilità che vorrei si entrasse in ciò che scrivo. Che ci si trovasse a proprio agio. Che si trovasse tutto semplice. E però che tutto fosse nuovo, inaudito: illuminato con naturalezza, un nuovo mattino». Francis Ponge scriveva così ed è come se lo stesso pensiero aleggiasse in Cortese: la speranza di far sentire a proprio agio il lettore, un ospite gradito, essere capace di raccontare e comunicare la vita con naturalezza, semplicità ma al contempo infondere la grandezza che solo la poesia e i poeti sanno fare illuminando di luce propria e mai riflessa in modo semplicemente sublime.