(MAR)cello (MAR)ciani: sin dal nome, nel gioco anaforico delle lettere che martellano l’incipit anagrafico, è possibile scorgere il concetto di allitterazione che è una delle chiavi per accedere alla scrittura di quest’autore; poeta-pharmakon come nell’ambiguità del lemma greco, che può designare sia un veleno che una medicina, Marciani usa la lingua poetica ora come forza catartica ora come energia velenosamente ironica, tagliente, critica, ma soprattutto come complessità, che amplia le possibilità dell’uomo nella ripetizione del sé.
Nel suo ultimo testo Marciani si è ispirato alla tradizione letteraria di Folgóre da San Gimignano, poeta toscano nato nel 1270 morto nel 1332, che dedicò i suoi sonetti, racchiusi in corone, ai giorni della settimana e ai mesi dell’anno. Commissionati da un borghese arricchito che voleva assurgere a ruolo di aristocratico mecenate, probabilmente Nicolò de Nisi, signore di Siena, i componimenti della Corona dei mesi di Folgóre, legati tra loro per argomento, ispirati ai plazer provenzali perché come quelli elencano situazioni piacevoli nell’ambito mondano e laico, si rivolgono ad una brigata medievale cortese e nobile cui l’autore augura buon auspicio, serenità e pienezza di vita intesa come gioco; valori festivi dunque, materiali, capricciosi, dove l’esistenza è un’eterna giostra borghese divertita e conviviale. Cacce, tornei e persino amori e sbronze sono regolati da codici che ne prescrivono i tempi, secondo il ritmo naturale delle stagioni. Folgóre indica come le cacce si possano effettuare da febbraio a marzo, ma non da aprile a giugno, che si osservi l’amor cortese (i borghesi rappresentano la classe dei cavalieri), ma a maggio ci si abbandoni all’amor sensuale. Poesia didascalica cara al periodo in questione, quello dei codici miniati e delle illustrazioni che decorano pagine e lettere, ebbe molto successo se addirittura Cenne de la Chitarra, giullare di corte vagabondo, ne ebbe a parodiare il testo, elencando contraddizioni, noie, preoccupazioni e fastidi quotidiani secondo la tonalità enueg, in uno stile parodico contrapposto al tono alto e raffinato di Folgóre. Cenne accompagnava i suoi versi con la chitarra, come un cantastorie di gesta e protesta odierno, che denuncia in contro(canto) uno stile avverso da lui mai vissuto, burlandosi del genere ricco e avaro e augurando ai borghesi ogni cruccio. Fra i due modelli di riferimento, è chiaro che la simpatia di Marciani va al beffardo giullare.
L’autore abruzzese, partendo dal concetto di corona come struttura, modifica lo schema metrico dilatandolo secondo i suoi gusti: ogni componimento non è più un sonetto ma un testo di 18 versi (che viene modulato e variato, a seconda delle esigenze espressive di ogni singolo “mese”, in 2 strofe di nove versi, oppure in 6 di terzine, in 3 di sestine, in 9 distici, ecc.).
Innamorato perso delle etimologie, Marciani osa beatamente tra felicità e tristezza, terra e cielo, denunzia e speranza, scienza e non scienza, così come il suo linguaggio oscilla tra barocchismo e contemporaneità, trasversale a lasciti futuristi decadenti o espressionisti, spesso intessuto da onomatopee e rime. Una “misticanza” mistica e rustica (si pensi a D’Annunzio ma anche a Montale, che liberano una metafisica altalenante, segnata dal malessere, dalla protesta del vivere sociale) per un Peter Pan di un’isola che adesso c’è, e ce la mostra lui stesso, Robin Hood prosodico che ruba ai ladri del passato per sfamare i buoni lettori di oggi! Una metrica dunque rivisitata in chiave postmoderna, scandita su fatti e problemi quotidiani; un linguaggio ironico, nervoso, semirealistico; una grammatica drammatica; pseudosonetti iperbolizzati dal flusso espressionistico del XX secolo dalla carica emotiva e tumultuosa. Ritmi e musicalità incalzanti dove le parole quasi si sfocano per la lettura resa veloce, dove le linee dell’occhio fan fatica a seguire il messaggio scartato. Termini mai esausti, comico–realistici, nascondono la tragedia che si placa ma che ogni volta riprende la corsa, valicando mondi alterni senza mai liberarsene, a contrastare i modelli standard del sistema sociale; parole ansiogene come quell’umore impossibile da domare, in una sorta di odi et amo catulliano sui mesi. Marciani ama la tradizione letteraria italiana: egli è poeta colto, attento e meticoloso ma anche giocoso, amante del suo dialetto lancianese e dei lessemi che si possono leggere in altri suoi libri (cito Per sensi e tempi, assonante, diviso in quarti doppi, sonetti e “fuori misura” liberi, dove il poeta, ironico, ci spiega come il non senso umile possa proteggerci dal senso bagatto di falsi idoli, ossessioni ed ambiguità esistenziali). Il suo far filologia scopre “altri mundi” dentro il mondo decodificante delle parole, si volta indietro per manifestare l’immobilità dei mali umani in preda all’icona di una ruota trascendentale che ci sanziona e condanna e da cui non possiamo fuggire.“La vita è un eterno oscillare tra noia e dolore…” diceva il pessimista Schopenauer, ma il far pura poesia ci salva da ogni alienazione ciclica. Leggere questo “mattoncino” cartaceo leggero, queste “poesie sandwich”, ci conduce a quella pozione (f)A(r)MAcistica che saprà presto lenire i malanni in cui a volte ricadiamo, e cito a tal proposito il termine timORE, che ingloba in sé la parola ore forse perché anche la paura ha un suo tempo (mi collego alla poesia Gennaio, sul primo mese che riavvia la ciclicità annuale e perciò pieno di fatiche e malattie fisiche, dove lo scrittore usa un’originale e curiosa metonimia figurativa: “gennaio ha una gomma che slitta dentro il fiato”; l’unico mese della corona nato da una dolorosa vicenda privata e biografica, non pubblica e politica come negli altri).
L’immagine della sottile corteccia della copertina (It’s time, del fotografo-designer tedesco Markus Reugels) riassume graficamente l’intero libro: si mostra e si ruba l’attimo irripetibile di una goccia d’acqua che cade su un orologio; schizzo ingigantito che crea una corona e allude almeno a due temi presenti nell’opera: quello della bellezza celata, da stanare dal suo nascondiglio, e il tema della tirannia del tempo da esorcizzare perché provoca dolore, e che non torna, come direbbe Petrarca, tirato spesso all’interno di questa poesia.
In un certo senso anche Marciani intona un canzoniere/calendario d’amore dedicato a qualcosa che deve accadere e che non cogliamo, perché presi da una sensibilità frenetica e adattata al gusto di massa; il suo testo è un giornale dove ogni mese-componimento ci parla di una delle consuete cronache che abbiamo imparato quasi a memoria. Un’impostazione contemporanea del cosiddetto ‘tragico diario della crisi’, che ricorda l’atteggiamento di eruditi e pittori surrealisti e metafisici che trovavano magia e sgomento nelle ore liete e sfocate del domestico quotidiano (cortometraggi poetici cortesi corteggiati li definirei). Una scansione senza scampo riversata su fragili fogli poetici e illustrativi: sulle pagine sinistre del libro sono stampate, per ogni mese, foto di orologi colti in varie circostanze, alcune surreali, altre concettuali, che s’assemblano come in un album di figurine. L’immagine di copertina mi ha suggerito la forma di una lumachina, lenta, renitente al tempo…

Ma se volessi analizzare più in dettaglio i singoli “mesi”, sento di voler partire da Novembre per poi giungere agli altri, per rompere quel ciclo ciclopeo che ipnotizza, per un punctum che mi perfora perché anch’io faccio parte di quelle generazioni senza più punti fissi, come scrive il poeta. La poesia novembrina, carica di libere associazioni, vocaboli assemblati stile dada, metafore ed as(saggi), lancia un S.O.S. ai giovani che protestano per un mondo migliore, per leggi più giuste… “implorano ascolto e diritti da un parlamento di muli/ i ragazzi che sciamano su tegole piazze e striscioni”; sinestetico il binomio “gialla disperazione”, gialla come luce accesa di carica emotiva o come simbolo di folla folle. Marciani ricalca lo scenario avanguardistico attivo della fascia d’età in fermento nel chiasso urbano, che non esula dalla mortalità precoce:“Che orgia di fiori e cartelle dona alle tombe novembre/ che sballo di voci e rimorsi affolla le ossa dei morti…”. Le festività dei santi e dei morti vengono colte in riti sfiniti, ridotti a consumo folkloristico; e il poeta, come un guerriero che sa di poter morire ma combatte ugualmente, evidenzia in vocaboli ossimorici la lotta giovanile dagli esiti a volte drastici, su un terreno fetido e indifferente.
E che dire di Febbraio? Un ipersonetto nuovo “vestito” e “travestito” da assonanze miste, registri bassi impetuosi ed impulsivi (“servo o frego un ideale?“) e ipocrisie croccanti che ricordano il meriggiare pallido e assorto… sembra quasi di calpestarne le foglie. Questo mese rappresenta la metafora della farsa sociale, dell’uomo camuffato con doppia maschera di pirandelliana memoria, costretto a recitare per vivere in mezzo a mode disgustanti; ci ricorda il saltimbanco-clown triste, inetto, confuso, crepuscolare del primo novecento ( “Servo vostro! fa Arlecchino…/Maschera d’eroe…”); Marciani ci nomina l’originaria maschera variopinta lombarda e di cultura veneziana, emblema del servo-facchino comico “rattoppato”, che cerca di spillar quattrini a padroni avari e stupidi.
Se vi dico Marzo voi ora penserete alle mimose, alla festa delle donne e alla soave metafora della primavera fiorita come rinascita femminile… invece il poeta qui, in terzine ordinate in successione, ci ricorda il diffuso tema della violenza esercitata sulle donne tra aspre e forti similitudini a tutto tondo (“ehi cosa! / (…) Se a pupattola di pezza m’ha ridotto quella feccia. (…)/ Stamattina avevo in sangue un frullato di mimosa”) e il maschilismo che ha preso potere (sgambetta, acchiappo, bestia cerchi, ciaccia…).
E poi c’è l’Aprile del terremoto aquilano… un vero e proprio topos – tatuaggio – amaro ricordo: il capoluogo abruzzese distrutto dal sisma del 6 aprile 2009 (dalle “fondamenta molleggiate” e “sradicamenti sedati”- metonimia – dove “ha tagliato nastri e futuri il demiurgo impomatato”) ma di più da speculazioni lucrose e indifferenze umane che prima sventrano e poi archiviano, rovinandola per sempre: “un teatro di posa a pezzi” – (metafora) della crudele “inerzia di chi non prevede” (inversione), per non parlare dei soliti anniversari, dei discorsi e dei silenzi su L’Aquila oggi.
E così via gli altri mesi in progressione: quelli estivi che si macchiano di catrame e petrolio; porti, spiagge e moli fritti e in agonìa e città svuotate, “invisibili” ad abitanti che partono per vacanze che illudono di poter scappare dalla realtà, che rimandano al Marcovaldo di Calvino, dove si denuncia una natura profanata non solo ecologicamente.
I giorni diventano film di cui già sappiamo il finale in cui annichilirci, e ci RASSEGNAmo a non fantasticare più, prigionieri del nostro sporco fare, costruendo città che noi stessi poi abbattiamo… Al contrario, il solo far poesia ci riporta su quell’isolotto psichico di felicità da cui non vorremmo più emigrare… Tutti pretendono che il mondo cambi… Perché intanto non cominciamo a farlo dai mesi? Non bisogna programmare ma progrAMARE perché l’amore è sempre diverso, è imprevedibile… Un domani c’è, ma poi? (e poi i termini cuore ed amore non finiscono forse per ore? Il tempo per amare…)

Il libro di questo poeta frentano è sostenuto da uno continuo scavo archeologico di termini e metri, ci fa immergere in livelli “altri”, sezionati dal pensiero: così gira la testa quando s’accresce la suspence e vuole sapere cosa accadrà (il cerchio come emicrania dei mesi e come voglia d’arrestarne il giro)… così s’avvolge la trottola medievale del ripetersi concatenato del fato, giacché la corona rotonda “cinge” la testa del lettore in una catena di componimenti raggruppati a cerchio.
Un senso inverso nella lettura ci porta nel fondo del testo e poi risale… Il poeta accastella mesi ed ognuno di essi sembra uno strato abrasivo o goloso, come la torta a sfoglie della nonna, che se non sazia però strozza; un palinsesto raddoppiato, un abbraccio di cento mille persone che compatta la forma, la (p)aura del vuoto di quelle pagine che si aggrappano l’un con l’altra. Questo volumetto di idee, sottile rialzo di fogli, è una “perla irregolare” che desta meraviglia…
Nel chiudere il libro, succede che i mesi rimangono addosso, sono come quelli che vivi da tanto tempo, fotografie d’impressioni che ahimè ritornano; un impressionismo in questo caso scrittorio ma compiuto a ritroso, perché torna e magari lo puoi rifiutare, perché è una proroga fotografica stereotipizzante che fa paura…

Cruciale il ruolo della bellezza materiale caduca ed effimera in contrasto coi valori introspettivi platonici eterni… Un metodo operandi che prima o poi ci porterà il conto salato da pagare e ci caccerà dall’Eden (si pensi alla perdita d’Aureola di Baudelaire e al binomio uomo-arte in Wilde). Non posso non citare anche Cardarelli, scrittore del ritorno all’ordine degli anni venti, successivo alle ‘vampate avanguardiste’: egli ci parlava della natura e delle stagioni cicliche, associabili all’età dell’essere umano…e che dire di Bergson? Se fosse vivo oggi direbbe quello che ha detto circa un secolo fa, ovvero che l’essere umano ha un suo tempo interiore di sentimento, non misurabile e infedele a quello degli orologi imposti, fra lancette come armi perforanti alla Edgar Allan Poe: Io ho un mio tempo e non me ne pento! E infine Guccini, nella Canzone dei dodici mesi, ribatte: “O giorni, o mesi che andate sempre via, sempre simile a voi è questa vita mia”.

Insomma, alla fine di questo ventaglio di autori, si colloca alla grande il Marciani, debitore della Tradizione, che agli antichi canoni della poesia italiana si riallaccia per rifondarne i dettami, per rinnovarli, aggiornarli al suo tempo, con l’amor proprio dell’amanuense e del poeta, dell’innamorato della parola, che si adopera in modo che la letteratura e la sua tradizione da capolavORO (come il sole che illumina e sveglia dopo le ottuse tempeste interiori) possano resistere al tempo, alla corona dei secoli: albero maestro di una vela che sfida il canto mortuario di invadenti sirene…

Il(aria) D’Argento, scrittrice dalle dieci penne

(testo della relazione ascoltata il 22 dicembre 2013 alla presentazione de La corona dei mesi di Marcello Marciani, nella Libreria De Luca di Chieti)