Si danza a suon di metafore navigando da una sponda all’altra dell’esistenza in “Le navi blu” di Pietro Secchi, osservando il blu del mare per non rischiare di perdere la bussola.

Si consuma un viaggio di andata dove «un poeta offre il suo volto. / Che cosa ancora? Un’onda / su un deserto nudo» (p. 14), sarà Secchi che tenta di mostrarsi e capire la sua identità dietro la celata maschera del poeta. Onda dopo onda il lettore si lascia trasportare delicatamente, con movimenti lenti si adagia sul verso, a volte invece riceve scossoni, colpito da un’onda maldestra, sarà l’“onda dell’oscurità” o il “vortice delle lacrime”.

Ardito il linguaggio dietro ogni verso si cela un mondo quello intimo dell’autore e quello osservato all’esterno al di là dell’orizzonte, dalla vanità della terra che da qualche parte potrebbe essere raggiunta. C’è un grido di dolore, di voglia di cambiamento se pur nascosto tra la spuma del mare e si legge: «Basta con questo! Basta! / Chiediti dove siano / gli uccelli del nostro orgoglio. / Sono le tombe del dolore di Dio. / Senza ragione e vere / come le rose nere». (p. 16).

Ricerca un Dio, quel Dio che forse dovrebbe guidarlo verso un porto sicuro sul quale ormeggiare o sarà una donna divina cercata spesso nel viaggio dell’esistenza ad aiutarlo a sbrogliare l’intricato abisso, nel quale si rischia di finire se non compaiono le giuste coordinate. E le coordinate della poesia le possiede tutte Pietro Secchi che dimostra padronanza di espressione motivata dall’orgoglio dell’esistenza nella quale la sua poesia verte.

Si viaggia con “Le navi blu” ed è un sublime piacere, tralasciando la paura che spesso fronteggia e limita l’andare.

Nella silloge si ravvisa la poesia di Claudia Ruggeri, compaiono infatti versi ricercati nei quali si intravedono cose semplici, la natura ad esempio, ed un sentire forte e vibrante che mira a staccarsi dalla realtà per poi cadere nel quotidiano vivere.

Tuttavia come in ogni viaggio c’è un’andata ed un ritorno ed è qui che il poeta sembra smarrirsi nella luna, nel bosco, nella “comica dell’infinito”, anela la speranza di essere riuscito a godere di un attraversamento dell’anima, tentando di portar con sé esperienza e fede verso Dio. È un ritorno solitario, appare come «Un canto della solitudine / delle galassie. / Il filo d’erba del mattino / misura lo stupore dell’origine». (p. 20).

Quante navi blu solcano le onde cavalcando il destino, chissà quali sorti toccheranno a viaggiatori audaci o temerari, chissà se la fede sarà così intensa da riuscire ad arrivare lontani e se la coscienza dell’anima avrà percorso l’intero viaggio esistenziale il mare le sarà senza dubbio riconoscente, come una donna orgogliosa del suo uomo dopo aver raggiunto l’obiettivo prefissato.

Pietro Secchi con i suoi versi ha toccato sensibilità estreme, vibrano i sensi e gli umori oltre ad un vagar sentire che comporta una necessaria attenzione ed una contemplazione sulle parole, come se si stesse guardando l’infinito. È un bel vedere, è un’artista della parola che destreggia il pennello con spiccata disinvoltura.

Germogliano i semi, mentre suona il “cuore nella sera dell’oboe” alla vista di una bellezza mai vista che come una ninfa non si può che inneggiare con armonie penetranti e acute come i versi di “Le navi blu”. Leggerli conducono ad una passione intensa che dona la poesia come una calamita attrae a sé i lettori che non possono cedere al fascino del genio artistico, all’eleganza utilizzata nel verso e al valore intrinseco che conferisce alla stessa vita. Un’esistenza che sembra tormentata e tormentare lo stesso Secchi, sembra non darsi pace, riflette, si pone domande come fossero petali di un fiore li strappa uno ad uno sperando di ricevere risposte; mentre, intanto, proclama: «Musica. / La dolcezza dei morti / quando ci prende / la stanchezza di vivere». (p. 22).

di Alessandra Peluso