La “ragione poetica” è per María Zambrano il solo metodo filosofico di conoscenza in grado di dar voce al lato oscuro dell’esistenza, quello che resta confinato in un abisso muto benché fortemente sentito. Perché la conoscenza ha bisogno della poesia, prima ancora che di leggi. La poesia “che sa capire le cose schiave, ascoltare la loro voce e avvicinare la loro immagine fuggevole”: la parola poetica può penetrare “la notte dell’inesprimibile”, liberare le cose schiave, prigioniere del buio, per arrivare a definirle.

“Scrivevo silenzi, notti, annotavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini”:

María Zambrano sceglie Arthur Rimbaud,poeta “veggente” dell’invisibile, che tenta di fermare nelle parole le infinite diversità di ogni essere, di là dalle apparenze. In Chiari del bosco, la filosofa parla del cammino dell’anima per i suoi sentieri oscuri, dove incontra i chiari, piccole radure offerte nell’ampiezza del loro chiarore. I chiari appaiono all’improvviso, sono brevi soste, curvature di tempo e luce che interrompono il buio fitto del bosco, sono imprevedibili scoperte che manifestano la frammentarietà dell’essere che in esse vaga. Soglie nelle quali non sempre è facile entrare e si resta a osservarle dal limite; poi, piccoli segni, tracce di vita, diventano inattesi riconoscimenti: dal silenzio “la vita germoglia sempre verso l’alto, cerca le altezze”. Aspirando alla luce, emerge così la parola poetica,semplice e umile, per la Zambrano… continua qui in (pdf)