seminava aiuole

nell’inverno – un Dante

azteco e gabbiere

al supermarket –

aggrappato a carrelli

a cassette di frutta

(nei giornali sportivi

metteva consonanti

e l’orologio gli andava come a Lima

o nella Terra del fuoco)

nel parterre di un ipermercato

un contuso Venerdì

tra réclame e luci elettriche

sbircia toilette per cani

e dice “cane” il mondo.

*

era qualcosa nel freddo

il colore della nafta e cisterne

l’agonia dell’aria sui cancelli

– ma il cuore degli uomini se graziato

risponde con un mantra di sirene

di fabbriche e vento sporco –

e i camion sulla camionabile

coi clacson cantavano il purgatorio:

“ Dante quassù avrebbe sognato

la fissione dell’atomo o Hiroshima”,

e di nuovo autostrade

un valico a nord ovest

con la terra azzurra

il cielo azzurro di Vicchio

e sopra l’Appennino,

nel temporale, quella luce

affrancata dal bene

così limpida.

*

era solo coi nidi e le piante

tavole di legno nell’orto

parlando di formiche

risaliva il formicaio

(gettava mollica e il secco

del cuore) irrorava

con lo spray, senza compiere

nulla, sembrava calligrafia:

a volte si pensa nelle parole

sente le parole staccarlo.


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