Pubblicato in Ulisse n4, Il ruolo e la funzione dell’artista. Da rileggere in pdf

Di che cosa dobbiamo parlare? Di quello che abbiamo sotto gli occhi, di quello che era o crediamo che fosse, o di desideri? Dove? E, in ogni caso, esiste un ruolo dell’artista? A questa domanda non sono sicuro di saper rispondere. Sarei tentato di dire no: non esiste un ruolo dell’artista. Esistono sì i ruoli che il potere economico e quello politico impongono all’artista (uso il termine anche in riferimento agli artisti della parola, gli scrittori) – come il vendere e il creare opinione (sempre, comunque, al fine di vendere). Ma sono faccende che non mi interessano, non mi importa parlarne: si tratta di giornalismo, chiacchiera, sociologia da inserto culturale, che lascio volentieri a gente più informata di me.

L’opinione di un artista, se di opinione proprio vogliamo parlare, non sarà mai da condividere – ma soltanto da ammirare. In ogni caso, non si potrebbe pensare a due termini più antitetici di questi, “arte” e “opinione”. L’arte è tutto tranne che opinione – cioè idea corrente, doxa. Un artista, se lo è davvero (solo lui lo sa e quelli che a torto ritengono di esserlo sanno in realtà di non esserlo), non ha niente a che fare con quello che la gente pensa, cioè con quello che i poteri costringono la gente a credere di pensare. Un artista è sempre contro il suo tempo (mi sembra che Canetti dicesse qualcosa del genere), è sempre solo, e per questo, perché si confronta con la sua persona, non ha mai torto.

Non può avere torto. L’unico ruolo che considero possibile, pensabile e degno di interesse è quello che l’artista si dà all’interno della sua stanza, senza scegliere altri giudici che se stesso. Più che di ruolo dovrei dire rapporto – il rapporto che l’artista stabilisce con l’immagine di sé, in ogni momento della giornata. L’artista è all’opera ventiquattrore su ventiquattro. Non smette un minuto di pensare al suo lavoro. Anzi, il suo lavoro è principalmente pensare. Non a caso, è uno degli individui più affaticati. Pensa e ordina, secondo certe immagini. E ogni tanto, quando la madeleine decide di funzionare (o la carota, come diceva un grande artista, Nicolas de Stael), costruisce un pezzo dell’edificio. L’artista detesta le distrazioni, non fa nessuna cosa tanto per farla.

Benché desideri il riposo, ha orrore della vacanza. Il tempo non gli basta mai. A letto vamalvolentieri, e non si addormenta subito. E la notte sarà servita a qualcosa solo se avrà portato un suggerimento, un’ipotesi, utile almeno per il lavoro del giorno dopo. L’artista è la creatura più minacciata e più paranoica della terra. Per questo deve difendersicostantemente, oltre che dal rischio di distrarsi da solo, anche dalle intrusioni del mondo. Virginia Woolf e ancora Canetti hanno parlato meglio di chiunque altro della fatica con cui l’artista si trova a realizzare, se pure ci riesce, i suoi pensieri. L’incertezza è la sua condizione, un interminabile duello con il vuoto e con la vanificazione. Il primo antagonista è l’oblio – quello stesso spazio indifferenziato da cui un’idea è nata.

Senza uno sforzo mostruoso di concentrazione, è praticamente impossibile che un’idea diventi realtà e trovi una forma visibile e duratura. Tra il pensiero e la parola si stende tutto un territorio insidioso, costellato di buche e di strapiombi, in cui la mente rischia di precipitare in ogni momento, accecata dalla troppa chiarezza, come un esploratore del polo. Non c’è solo l’oblio. C’è anche il suo opposto – l’abitudine, che rende l’idea, a un certo punto, irriconoscibile, così ovvia che l’artista non ne sente più l’urgenza. Come pensare sempre alla cosa più importante senza che questa diventi una delle tante cose importanti cui abbiamo già pensato e, quindi, solo un ricordo? Come tenere vive, vicine nella stessa dimensione, nello stesso tempo, la memoria e la vita presente? Come fare perché niente passi? E poi ci sono intrusi di ogni tipo, ci sono i parassiti, gli invidiosi, i malvagi – che l’artista non riconosce subito, perché ha altro da pensare, ma che a un certo punto deve pur ammettere che esistano. Allora, li vede dappertutto, va in confusione, si sente pieno di piattole. L’artista è uno che si gratta.

L’artista costruisce un’opera, ma attraverso l’opera cerca di costruirsi una vita. Questa è la sua prima preoccupazione, e per questo, forse, alcuni diventano artisti – per paura di non avere una vita, di lasciare che tutto finisca senza un significato. Per paura di non capire. Anzi, di non aver capito – dato che l’artista lavora sempre sul passato. La domanda cui cerca di rispondere con ogni suo gesto, con la lettura di migliaia di libri, con i viaggi e con gli amori – quella cui si riduce alla fine qualunque interrogativo della sua esistenza – è: da dove vengo? La ricerca di un significato è quello che rende vita e arte una cosa, e un esempio per gli altri. L’artista non si propone di migliorare l’umanità o il mondo.

È l’individuo più lontano dalla politica che si possa immaginare, perché non utilizza i segni per un fine pratico: mi viene in mente l’Ippolito di Euripide, che rinfacciava al padre la capacità di fare discorsi in pubblico, cioè di ricorrere al logos, la parola della comunicazione, la parola bugiarda (la stessa di Fedra calunniatrice), e considerava se stesso un alunno

del mythos, la parola divina, la parola vera. Il mondo, però, può diventare migliore se dà retta agli artisti – imitandone l’impegno, la costanza, e le folli speranze. Vogliamo chiamare questa imitazione un ruolo? Forse. Un ruolo che l’artista rifiuta. Nessun artista vorrebbe mai che gli altri gli assomigliassero.

Nicola Gardini