TRADUTTOLOGIA COME SCIENZA E TRADUZIONE COME GENERE LETTERARIO

“Io mi domando”, si chiedeva Céline nella lettera a M. Hindus del 15 maggio 1947, “in che cosa mi paragonino a Henry Miller, che è tradotto?, mentre invece tutto sta nell’intimità della lingua! per non parlare della resa emotiva dello stile…”.

Lo stile, per Céline, era dunque “intraducibile”, come – per Croce – era “intraducibile” la poesia. Sono posizioni che, facendo leva sul presupposto della unicità e irriproducibilità dell’opera d’arte, giungono a negare la traducibilità della poesia e della prosa “alta”. Tali concezioni sono l’espressione di un idealismo oggi particolarmente inattuale, contro il quale l’estetica italiana di impianto neofenomenologico (da Banfi a Anceschi a Formaggio a Mattioli) si è battuta (direi, vittoriosamente) partendo dalla constatazione che le dicotomie (fedele/infedele; fedele alla lettera/fedele allo spirito; ut orator/ut interpres; verbum/sensus; “traductions des poètes”/”traductions des professeurs”) – da Cicerone a Mounin – inevitabilmente portano a una situazione di impasse, configurando, da una parte, l’intraducibilità dello “stile” e dell'”ineffabile” poetico, e dall’altra la convinzione che sia trasmissibile soltanto un contenuto. Naturalmente il fatto che sia trasmissibile soltanto un contenuto è una pura astrazione, ma è dove si giunge partendo sia da presupposti “idealistici”, sia da presupposti “formalistici”. Non mi pare che la situazione dicotomica di impasse muti analizzando la più recente quérelle tra Meschonic e Ladmiral, alias tra sourciers e ciblistes, o tra una tendenza naturalizzante – “target-oriented” – che spingerebbe il testo verso il lettore straniero “naturalizzandoglielo”; e una tendenza estraniante – “sourceoriented” – che trascinerebbe il lettore straniero verso il testo. Secondo questa impostazione, lo scontro tra scuole traduttologiche somiglierebbe a quello in atto nel mondo del restauro: farlo vedere il più possibile, o nasconderlo il più possibile.

Se si prescinde dalla simpatia che certe definizioni possono più di altre suscitare, credo sia chiaro che – proseguendo con una impostazione dicotomica – si aggiungono soltanto nuove coppie – come addomesticamento/straniamento, visibilità/invisibilità, violabilità/ inviolabilità a quelle da secoli esistenti: libertà/fedeltà, tradimento/aderenza, scorrevolezza/letteralità. Come avviene con Lawrence Venuti, autore di The Translator’s Invisibility, malgrado sia senz’altro di alto livello il suo costante riferimento a Schleiermacher e alla scuola ermeneutica novecentesca che a lui si ispira. “Come riprodurre, allora, lo stile?” Il nocciolo del problema, a mio avviso, sta proprio nel verbo usato per porre la domanda: riprodurre. Perché la traduzione letteraria non può ridursi concettualmente a una operazione di riproduzione di un testo; essa dovrebbe piuttosto essere considerata come un processo, che vede muoversi nel tempo e – possibilmente – fiorire e rifiorire, non “originale” e “copia”, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica.

Uno studio fondamentale a riguardo è Il movimento del linguaggio di Friedmar Apel. Il concetto di “movimento” del linguaggio nasce dalla necessità di guardare nelle profondità della lingua cosiddetta di partenza prima di accingersi a tradurre un testo letterario. L’idea è comunemente accettata per la cosiddetta lingua di arrivo. Nessuno infatti mette in dubbio la necessità di ritradurre costantemente i classici per adeguarli alle trasformazioni che la lingua continua a subire. Il testo cosiddetto di partenza, invece, viene solitamente considerato come un monumento immobile nel tempo, marmoreo, inossidabile. Eppure anch’esso è in movimento nel tempo, perché in movimento nel tempo sono – semanticamente – le parole di cui è composto; in costante mutamento sono le strutture sintattiche e grammaticali, e così via. In sostanza si propone di considerare il testo letterario classico o moderno da tradurre non come un rigido scoglio immobile nel mare, bensì come una piattaforma galleggiante, dove chi traduce opera sul corpo vivo dell’opera, ma l’opera stessa è in costante trasformazione o, per l’appunto, in movimento nel tempo. In questa ottica, la dignità estetica della traduzione appare come il frutto di un incontro tra pari destinato a far cadere le tradizionali coppie dicotomiche, in quanto mirato a togliere ogni rigidità all’atto traduttivo, fornendo al suo prodotto una intrinseca dignità autonoma di testo. Un principio già anticipato da Blanchot attraverso l’immagine della “solenne deriva delle opere letterarie”. Si potrebbe persino affermare che il movimento nel tempo, in questo processo di traduzione letteraria, possa avere inizio prima ancora della redazione della stesura “definitiva” dell’”originale”, allorché al traduttore è possibile accedere anche all’avantesto (cioè a tutti quei documenti da cui il testo “definitivo” prende forma), impadronendosi così del percorso di crescita, di germinazione del testo nelle sue varie fasi.

A riguardo un linguista come Pareyson parla di “formatività” del testo; un poeta come Gianni D’Elia di “adesione simpatetica”, da parte del traduttore, “non tanto al testo finito e compiuto, quanto alla miriade di cellule emotive che lo hanno reso possibile”. Il testo, dunque, si muove verso il futuro all’interno delle incrostazioni della lingua, ma anche verso il passato se si tiene conto degli avantesti. Si pensi agli ottantamila foglietti da cui provengono le quattrocento pagine del Voyage di Céline, alle Epifanie da cui discende il Portrait di Joyce, ai Cahiers su cui si forma la Recherche… E questo nella consapevolezza della stratificazione delle lingue storiche. Un concetto che Bianciardi esemplifica con chiarezza “architettonica” all’inizio della Vita agra, allorché descrive il palazzo della biblioteca di Grosseto. Che in precedenza era stata casa insegnante dei compagni di Gesù, e prima ancora prepositura degli Umiliati, e alle origini Braida del Guercio…

Trasferendo al linguaggio questa descrizione si ottiene l’effetto-diodo, come osservando dall’alto una pila accatastata ma trasparente di strati fonetici e semantici.

Franco Buffoni