Rodolfo Zucco, «Versi, nonversi e quasiprose» in Eugenio De Signoribus

Da Ulisse n 13, Dopo la prosa. Poesia e prosa nelle scritture contemporanee

… un campionario di oggetti non identificati, a cavallo tra i

generi, coinvolti in un processo di ridefinizione della lingua

e delle sue forme che sembra reinterrogare radicalmente, e

insieme, sia la nostra idea della poesia

sia la nostra idea della prosa…

1.

Finisce con le parole in epigrafe la traccia che Italo Testa mi propone invitandomi a contribuire al numero presente de «L‘Ulisse». Io penso che a questo campionario qualche scheda possa venire dall‘indagine di alcune forme della scrittura di De Signoribus: quei nonversi e quelle quasiprose che l‘autore accosta ai versi nelle Note dei suoi due libri più recenti. Il primo dei due neologismi compare nella nota relativa alla sezione finale di Principio del giorno, Giornale che trascrivo:

Giornale: composto prevalentemente in tre fasi: autunno ‘98, marzo e autunno ‘99. Alcuni frammenti (13, 14 e parte del 18), scritti in precedenza e apparsi in Prose inermi (Grafiche Fioroni, 1998), erano nati come primo nucleo del racconto. La varietà formale (versi e nonversi) rispetta la verità, il suono e il respiro, delle situazioni.

Recensendo quel libro, avevo parlato di un «incatenarsi di ―recitativi‖ e ―arie‖» per dar conto della costruzione della sequenza secondo due tipi – ma con l‘eccezione che si vedrà – di aggregazione versale. Sono ancora convinto che l‘evocazione di quello che Folena ha chiamato il «modulo melodrammatico» abbia una sua efficacia descrittiva (trova appoggio, fra l‘altro, nella ricorrenza del titolo aria nell‘opera di De Signoribus); ma più pertinente, forse, risulterà una considerazione dell‘insieme come alternanza dei tipi strofici individuati da Coletti in un suo saggio novecentesco.

Abbiamo dunque da una parte (a) testi che, dentro il tipo dei «componimenti stroficamente non partiti», appartengono al sottotipo che, «contraddistinto dall‘imprevedibilità delle variazioni (sia per lunghezza che per ordine dei versi), allude chiaramente a una non conclusività formale del testo, alla sua frantumazione interna e alla sua dispersività complessiva». Interessa il seguito immediato, perché Coletti vi fa menzione della «prosa»: «Da questa struttura il discorso poetico sembra debolmente difeso, più esposto all‘―offesa‖ della prosa; tanto è vero che, spesso, ad essa si contrappongono, molto abilmente, provvedimenti di bloccaggio, di delimitazione ritmico – sintattica, come la rima in Montale, la sintassi in Cardarelli o le ripetizioni in Sereni». Dall‘altra parte invece troviamo (b) componimenti «distinti in blocchi strofici», riferibili al sottotipo, questi, che prevede «più strofe di ugual numero di versi». Dei ventiquattro membri della sequenza, appartengono al tipo ai nn. 1-3, 6, 9 -11, 14-15, 17-18, 20, 22-23;(8)al tipo bi nn. 4-5, 7-8, 12, 16, 19, 21, 24 (del caso del n. 13 tratterò poi). Il tipo di aggregazione strofica dominante è senz‘altro il distico, ai nn. (fra parentesi il numero degli elementi) 4 (3), 5 (3), 7 (7), 12 (4), 19 (3), 21 (4), 24 (4); il n. 8 è in tre strofe esastiche, e il 16 in tre tetrastici. Mai la rima risponde a un disegno precostituito, per darsi invece come libera interrelazione dei versi. Come esempio scelgo i frammenti 18-19 (che, trovandosi affiancati a libro aperto, danno effettivamente l‘impressione di un‘aria con recitativo):

18

quando la notte dilatandosi straluna

in un discorrere tutto interno a te

e nessuno più condivide il tuo linguaggio

e per qualche ora s‘annucca anche il più astuto

assassino…, ecco che il passo s‘infogna

e una minaccia invalicabile si mette di traverso…

allora, puntando sulla sorpresa, provi

a circoscrivere quel moto interiore…:

sospendi il respiro, affretti le più aderenti

parole, puntelli di sensi il suo vago perimetro…

ma il pensiero di potergli dare un nome

(–chi sei? chi c‘è dietro di te!?…–)

si sgretola all‘istante, come aggredito

da un vuoto doloroso…

e tutto rifluisce al di qua, in un indistinto

campo interminabile

19

ecco che nel sasso familiare

ci vorrebbe un‘oasi di sonno

più dei muri a sfoglia di cipolla

più del tramestìo d‘intorno e sopra

duole l‘assenza di un letto somigliante

un lenzuolo che sia come una colla.(9)

Versi gli uni e gli altri, non c‘è dubbio, ricordando per esempio una nota definizione di Agamben:È un fatto sul quale non si rifletterà mai abbastanza che nessuna definizione del verso sia perfettamente soddisfacente, tranne quella che ne certifica l‘identità rispetto alla prosa attraverso la possibilità dell‘enjambement. Né la quantità, né il ritmo, né il numero delle sillabe –tutti elementi che possono occorrere anche nella prosa –forniscono, da questo punto di vista, un discrimine sufficiente: ma è senz‘altro poesia quel discorso in cui è possibile opporre un limite metrico a un limite sintattico (ogni verso in cui l‘enjambement non è, attualmente, presente, sarà, allora, un verso con enjambement zero), prosa quel discorso in cui ciò non è possibile.(10)

Con l‘enjambement, in effetti, il lettore del Giornale si confronta fin dall‘esordio, dove l‘asincronismo metrico -sintattico si dà –con intensità diversa –ai vv. 2-3 (complemento in contre-rejet), 5-6 (scissione di verbo e complemento oggetto), 7-8 (scissione di verbo servile e infinito), 8-9 (rejetdel genitivo), 10-11 (scissione dell‘aggettivo dal suo complemento):

lo spazio non si confà alla sua biografia…

breve è il percorso della stanza: dopo un passo

sbatte contro il necessario, è già arrivato…

non può muoversi, né serve guardarsi intorno:

un pugno si gonfia all‘altezza del respiro e vive

una propria scorporata identità…

poco più in alto, si stacca un io che vuole

intendere la ragione di quel possesso, la direzione

di quella vita…

nei pressi, le multiformi nuvole sono indifferenti

al suo racconto…(11)

Perché, dunque, De Signoribus parla di nonversi per i testi del tipo a? La risposta, in prima analisi, verrà dalla gestione complessiva degli istituti metrici: dunque – riprendendo in sostanza il Coletti citato –dalla considerazione della presenza/assenza di isosillabismo, rima, stroficità. Già detto sopra di quest‘ultima, ritornando ai frammenti 18 e 19 del Giornale si vedrà come nel primo l‘escursione della misura versale vada dalle sei sillabe del verso finale alle diciassette del v. 6 (considerato l‘insieme, i limiti sono dati dai versi di tre e diciotto sillabe metriche), e che la rima compare nelle forme dell‘epifora (a distanza di dieci versi: a te 2 :di te 12), della rima interna (ancora a distanza di dieci versi:invalicabile 6 int. :interminabile 16) e della rima imperfetta (aggredito13 :indistinto 15). (Lo scrutinio degli altri esemplari non darà risultanze sostanzialmente dissimili.) I versi del frammento 19 hanno dieci sillabe i primi quattro (leggibili tutti, col loro accento di 5a, come endecasillabi acefali), dodici il quinto (di 4a 7a), undici l‘ultimo (endecasillabo di 3a6a7a). Nessuno dei sei versi risulta sciolto da una relazione rimica. La rima cipolla 3 : colla 6 suggella il testo, accompagnata dall‘assonanza con sfoglia, all‘interno dello stesso v. 3, e con sopra,in chiusa del verso successivo. I versi iniziali del primo e del terzo distico si richiamano anche per l‘assonanza (di due quadrisillabi, e fonicamente ricca) familiare:somigliante; sonno, al v. 2, irrelato in punta di verso, innesca però la serie interna di assonanze continuata da intorno 4 e lenzuolo 6. Chi trovasse poco convincente l‘esempio per l‘incidenza dei surrogati della rima p Chi trovasse poco convincente l‘esempio per l‘incidenza dei surrogati della rima perfetta potrebbe vedere il frammento 21:

come un venuto da fuori che non sa

e a ogni passo crea la sua strada

ed insieme il suo sguardo si dilata

e tra i vuoti conosce il suo arrivare

l‘escavatore così nella sordina

ogni notte riprende ad affondare

le terre nere smuovono la china

e ogni smossa sentiero si fa.

(12)

Qui tutti i versi sono in rima perfetta (1-8, a cornice; 4-6, in parallelo nei due distici centrali; 5-7, in parallelo nei due distici finali) tranne i vv. 2-3, stretti dalla rima imperfetta (per il solo tratto della sonorità/sordità della consonante) strada: dilata.(13)Senza negare l‘importanza dell‘isosillabismo –e segnatamente, nei testi in distici, dell‘endecasillabo–, mi pare sia alla rima che occorra attribuire una funzione discriminante. Riprenderò una proposta di Roberto Antonelli, secondo il quale non da rythmus–come vuole l‘etimologia tradizionale –deriverebbe rima, ma

dal latino rima, ―fenditura‖, appunto, ―fessura‖ (con cui rimari, ―fendere, rompere‖, ―scavare, ricercare,investigare‖, rimator―ricercatore, indagatore‖ e rimula―piccola fessura‖, sovrapponibile talvolta a rythmulus,―versetto‖), sopravvissuta in numerosi derivati romanzi e soprattutto, per quel che qui ci riguarda, in opposizione corrispondente e analogica a prosa (oratio): ovvero ―(discorso) dritto, che va avanti, che va in linea diretta‖.Il discorso segnato dalla rima, dalla ―fessura‖ che interrompe la prosa oratio, sarebbe invece un discorso che ―torna indietro‖ (come del resto versus in Isidoro,Et. I, 39, 2-3 «quod revertitur») in quanto la rima obbliga, marcando la fine, a re-iniziare.(14)

In due sensi, seguendo Antonelli, il discorso di De Signoribus in quelli che egli chiama versi appare segnato dalla rima. Nel primo, esso è un discorso rimato secondo l‘accezione corrente: per la frequenza della relazione dei versi sulla base della loro convergenza fonica a partire dall‘ultima sillaba accentata. La rima fa sì che si svolga, qui,«organicamente un discorso altro», che si manifesti «un potere di intensificazione linguistica, una pluralità di senso che può agire, per il produttore e per l‘utente, sia a livello conscio che inconscio o subliminale (così come le ripetizioni e i giochi fonici interni al verso, ma certamente ad un livello maggiore di formalizzazione e comunicazione)».

(15) Altra la situazione dei nonversi, dove «la rima, sparita come ripetizione di suoni, permane però in quanto fenditura, spezzatura, segnata dallo spazio bianco tipografico o investita e ricondotta quasi alle origini etimologiche».(16) Nel secondo, a esaltare il discorso dei versi come «discorso ―che torna indietro‖», interviene la strutturazione strofica, anch‘essa –e con quale suggestione iconica! –produttrice di fenditure o fessure che inducono, a ogni interruzione, un nuovo inizio. È come se si alternassero, nel De Signoribus del Giornale, due poeti dall‘atteggiamento fondamentalmente opposto. Il primo è un poeta ancora in qualche modo partecipe di quella situazione prenovecentesca per cui la scrittura in versi si dà come hýsteron próteron, svolgendosi secondo «un tempo lento che dal punto di vista dell‘autore deve tornare dalla rima su se stesso, a differenza della prosa,per poter poi essere recepito come lineare e continuo da parte del lettore».(17)L‘altro poeta è invece un versoliberista moderno, la cui scrittura «non comincia dalla fine» e nei cui testi «il ritmo […] non è scandito […] per strutture iterative riconoscibili, salvo significative e assai interessanti eccezioni (dove la rima, come già in Leopardi, è occultata o travestita)».

(18) E dunque: l‘assetto strofico-versale «esposto all‘―offesa‖ della prosa»(Coletti) e la natura profonda di discorso prosastico in quanto discorso «dritto, che va avanti» (Antonelli) dei testi del gruppo a può ben giustificare, anche in presenza di una segmentazione che induca a classificare queste linee tipografiche come versi(Agamben-Menichetti), una definizione contrastiva come quella di nonversi E tuttavia, la questione va ridiscussa a partire dal peculiare assetto del frammento 13, al centro del Giornale: assetto diverso sia da quello dei versi che da quello dei nonversi. È infatti in prosa: come denunciano, se non bastasse l‘allineamento delle linee tipografiche sia a destra che asinistra, le parole spezzate tra una linea e l‘altra (differente nelle due stampe in volume).La divisione interna è in tre capoversi (il secondo inizia con «le più impegnative…», il terzo con «Anche i nomi…»), segnalati dall‘accapo ma senza rientro a destra.

….Continua a leggere il contributo di Rodolfo Zucco su Ulisse