Il dibattito dell’Ulisse n 16, rivista di poesia, arti, scrittura

D Nel Poeta albero il Prologo che è stato definito da qualcuno un “apologo metrico” comincia con queste parole: «Camminando si sentono i piedi della poesia, uno, due, tre / uno, due, tre, quattro / uno, uno, due, tre, quattro ballando si sentono ancora meglio», e più avanti: «Solo dal suono dei piedi si riconosce la poesia». Il discorso qui riguarda il camminare, ma vien fatto naturalmente di pensare, appunto, ad una “metrica”, ad un sostrato o elemento che ha a che fare non solo con il moto e con la terra (il suolo risonante, più tellus che humus) ma anche, contemporaneamente, con il corpo. Il riferimento dello stesso brano all’esperienza, o meglio scoperta infantile del mondo potrebbe legittimare questa idea, se la poesia fa diventare le «neonate parole» degli «animali sonori che lui [il nuovo arrivato] mette in vita.» Forzo troppo il tuo pensiero, se attribuisco a quei «piedi» una possibile accezione metrica, un tempo misurato e insieme un invito ad un rinnovamento? Se sì, di che metrica si tratta?

R Quei piedi sono reali (piedi che camminano, piedi che ballano) in cerca dell’equilibri/squilibrio del/nel loro corpo. La metrica è la misura del tempo nei passi della danza. Uno stormo di moscerini danza nell’aria lo fa metricamente. È sbagliato partire dalla metrica astratta metro è tempo (breve/lungo), colore, timbro, melodia, tono non solo numero. Non riesco a pensare poesia slegata dal corpo dal fiato dal passo dal battito del polso. Tutto ciò si sente nella voce che è anche lei corpo, non appendice che legge, ma rombo di tuono. Voce che ascolta l’abisso, lo suona, la voce quando certi poeti leggono (Dylan Thomas, Majakovski, Ginsberg, Ungaretti) diventa rombo di tuono, proprio come quando un personaggio viene impersonato e diventa reale, in scena, non più silente sulla pagina. Un poeta, quando sa la voce, canta il logos.

D Nei tuoi recenti Canti del guardare lontano, più precisamente in quello intitolato “Il teatro è un carro pieno di vento”, si parla ad un certo punto di «metrica dell’ascolto.» Questo riguarda (solo) il poeta, l’autore che crea, o è (anche) il momento di un “insieme”, di una collettività possibile, di cui la poesia si fa annuncio,tramite?

R Metrica dell’ascolto è quando il mio respiro metrico, col suo incanto (incanto verso me stesso che sento il corpo sonoro della poesia) si identifica col respiro di chi ascolta. Allora diventiamo uno, e chi ascolta danza nella musica che vado facendo. Non sempre si arriva a questo ascolto, ma avviene. Perciò il teatro è un carro pieno di vento.

D In alcuni scritti un poeta a te caro, Andrea Zanzotto, ha parlato per il dialetto dello «stigma» di una «oralità perpetua», collegandola al «risucchio dal basso» subito dall’«arcilingua latina», definita come «lingua imperiale e definitiva, ma doppiata per altro da un suo freschissimo volgare antistituzionale.» Nella tua esperienza, il ricorso al dialetto si può situare dentro una “costellazione dialettica” di questo genere? Allude, cioè, ad una data “tradizione” tra le tante di cui è (o era) ricca la poesia italiana, con tutte le implicazioni (anche metriche) che questo comporta?

R Per me il rapporto col dialetto è altro, sono stato dialettofono fino a nove anni, e quel substrato mi agisce (“oralità perpetua” e imprigionamento del dialetto quando scritto, stampato difficoltà di scriverlo, ha suoni inafferrabili). Perciò non mi rivolgo al dialetto, non lo voglio salvare, agisce in me, è là. Lo chiamo Pavano Antico, Pavante Foresta, non ho bisogno di cercarlo, ci abito, anche se non scrivo in dialetto. Forse è per questo che nel combattimento con Ades (Canto del trionfo sulla morte, nei Canti del guardare lontano) a lui che parla greco rispondo in dialetto pavano, la mia lingua guerriera.

di Luca Lenzini