Una definizione del caos, la poesia di Pasquale Vitagliano

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Una definizione del caos, la poesia di Pasquale Vitagliano

La chiave di lettura della poesia di Pasquale Vitagliano è il percorso di una voce che insegue, mentre la vive con intensità, una definizione del caos tutt’altro che calmo della vita con le sue ricadute continue nell’ossessivo […] Quella vita che in mille rivoli e frammenti continuamente scivola via, scorre inafferrabile eppure è tenuta, provata, goduta per qualche atti­mo

[…] La storia di quegli attimi, riconsiderati a metà tra la memoria e la loro consistenza di realtà: ecco la caratteristica delle poesie di questa raccol­ta. Qualcosa di molto particolare e originale: l’oggetto che, nel flusso mentale, vive anche per una sua interna consistenza, per una sua fi­sicità che vince il tempo e il moto […] Nelle sequenze di Il cibo senza nome, un’ansia avvolge ogni cosa per quanto – si direbbe – un tempo appariva ancora come segno di speranza e di vita e ora resta scoperto come incerto e incompiuto, in una consistenza inconsistente (“Attendo al terremoto / buono, buono, / immobile ed esausto, / in lista d’attesa”) che è il dramma della vita e, nel contempo, il fascino della poesia.

Dalla prefazione di Paolo Ruffilli

una poesia che rivela dal primo verso la complessità della sua composizione quando definisce da subito l’istante – il tempo attraverso la sua relazione allo spazio – se io dico qui (hic) è per forza ora (nunc). […] Vitagliano rivela allora dai primi versi un possibile esito della parola poetica, ovvero quella che indovina un’assenza, attraverso un riposizionamento sia del senso – da intendersi come sentire, che della sensazione, ciò che si è sentito.

Dalla Nota di Francesco Forlani

DENTRO

Agli angoli delle strade

I libri non letti,

gli abiti gettati sui letti

sono corpi di pelle,

la polvere sui cuscini,

la posa del caffè

che ti resta tra le dita,

non mi siedo più,

tiro un respiro sulle ciocche

dei capelli che mi restano in mano.

Assomiglia a se stessa

la vita che raccontiamo

per sentirci diversi dai libri,

dai letti, dai vestiti,

per non confonderci coi capelli,

con le mani che senza di noi

sarebbero piante strane

o radici cucite che non hanno odore,

insieme alle scarpe o alle fedi

che non mi hanno spiegato il viaggio,

forse terminato senza alcun risultato,

fermo al punto solito,

all’angolo di un appuntamento mancato.

Il sonno condiviso

E pensare che ci siamo spartiti il sonno

sopra un plaid a scacchi,

senza che l’arrocco riuscisse a salvarmi.

Lasciami andare dove vai tu, in tutte le direzioni.

Quante volte me lo sono detto,

peggio di un secchio che perde acqua;

Quante volte ho cercato di risparmiarmi,

mentre torno a contare i centesimi della mia insistenza.

E tu, comunque, sei ancora qui,

mentre io mi trovo via,

sull’altra linea del quadrante;

a specchiarmi dietro le vetrine

ed a guardami in tasca,

se ho ancora da vivere.

Qualche cosa avanza sempre alla fine della spesa.

***

Articolo pubblicato su Poesia2Punto0

Parola ai poeti: Pasquale Vitagliano

Qual è lo “stato di salute” della poesia in Italia? E quello dei poeti?

Effervescente. In cerca di una rotta. In cerca di una nuova lingua.

Quando hai pubblicato il tuo primo libro e come hai capito che era il momento giusto? Come hai scelto con chi pubblicare? Cosa ti aspettavi? Cosa ti ha entusiasmato e cosa ti ha deluso?

Ho pubblicato il mio primo libro a 23 anni. Ma la mia prima vera silloge è del 2009 con Lietocolle. Era già pronta da tempo. Solo che ho ritenuto il momento della pubblicazione secondario rispetto alla realizzazione di un’opera completa e matura. Ho scelto Lietocolle perché mi ha fatto da “tutor” in questo processo di elaborazione. Non ho avuto particolari aspettative. Si pubblica per essere letti nel “mare” piuttosto che in una “stanza” sicura. E’ stato molto bello scoprire che esiste una vera e propria comunità poetica che rende vecchio il dilemma se la poesia abbia o meno dei lettori. Delusioni? Avere la conferma (ingenua) che anche tra i poeti ci sono le “correnti e le cordate”, i “padrini”, i “salotti buoni” egli esclusi, i “paria”.

Se tu fossi un editore cosa manterresti e cosa cambieresti dell’editoria poetica italiana? Cosa si aspettano i poeti dagli editori?

Alla prima non rispondo: ognuno deve giocare con serietà il proprio ruolo. Cosa mi aspetto dagli editori? Curiosità, coraggio, sostegno. Una forma – spero proficua per loro – di neo/mecenatismo.

La poesia di domani troverà sempre maggiore respiro nel web o starà in fondo all’ultimo scaffale delle grandi librerie dei centri commerciali? Qual è il maggior vantaggio di internet? E il peggior rischio?

La poesia devo molto al web. Entrambi sono elementi liquidi che hanno bisogno di scorrere liberamente, altrimenti ristagnano. Il peggior rischio? L’afasia.

Pensi che attorno alla poesia – e all’arte in genere – si possa costruire una comunità critica, una rete sempre più competente e attenta, in grado di giudicare di volta in volta il valore di un prodotto culturale? Quale dovrebbe essere il ruolo della critica e dei critici rispetto alla poesia ed alla comunità alla quale essa si rivolge?

Ho già risposto. La riscoperta delle comunità di rete può dare un grande contributo alla nascita di una cultura nuova, che abbia “cose nuove da dire”. I critici devono presidiare questo processo di stato nascente, ma senza “pose” o “schieramenti”. Sarebbe una farsa. La critica deve poi avere il coraggio di non cedere alla lusinga di fare di sé stessa un genere letterario. A causa di queste confusioni, la cultura, l’arte, la poesia smarriscono la propria anima.

In un paese come il nostro che ruolo dovrebbe avere un Ministro della Cultura? Quali sono, a tuo avviso, i modi che andrebbero adottati per promuovere la buona Letteratura e, in particolare, la buona Poesia?

Il Ministro della Cultura dovrebbe essere una sorta di Editore Pubblico, con una propria linea editoriale, ma senza velleità di educazione popolare. Dovrebbe limitarsi a sostenere in ogni modo la “circolazione” delle idee e della cultura. Ma il sostegno va dato a monte: alla produzione (i costi) e alla vendita (“il libro al prezzo del pane”); non a valle, con finanziamenti assistenziali (il sostegno a chi produce video o libri sulla “foca monaca” è deleterio). Sulla poesia il discorso non è diverso dagli altri prodotti culturali. Altrimenti facciamo della poesia la “foca monaca”.

Quali sono i fattori che più influiscono – positivamente e negativamente – sull’educazione poetica di una nazione? Dove credi che vi sia più bisogno di agire per una maggiore e migliore diffusione della cultura poetica? Chi dovrebbe farlo e come?

Ripeto che la poesia come fatto culturale partecipa allo stesso dibattito sulla cultura di una nazione. Sarebbe un grave errore, ad esempio, coltivare canali privilegiati per la poesia tra i ragazzi. Non siamo già un popolo di santi, poeti e navigatori? Pur dentro il discorso sulla necessità di una cultura nazionale e popolare (sono proprio retrò), la poesia dovrebbe conservare il suo statuto di “mostruosità”. Poi basta che possa circolare liberamente.

Credi più nel valore dell’ispirazione o nella disciplina? Come aspetti che si accenda una scintilla e come la tieni accesa?

L’ispirazione senza disciplina è fuoco fatuo. La disciplina senza ispirazione è un inutile magistero. La scintilla non si accende a comando, se uno non ce l’ha. Ma può spegnersi se non si resta coerenti con la propria vocazione. Nei poeti l’opera si sovrappone alla biografia, ma senza auto-biografismi.

Scrivi per comunicare un’emozione o un’idea? La poesia ha un messaggio, qualcosa da chiedere o qualcosa da dire?

La poesia è una forma di narrazione. Di per sé è un linguaggio.

Cosa pensano della poesia le persone che ami?

Mia figlia Ornella di 7 anni scrive già poesie. Mio figlio Daniele pensa solo all’Inter.

2 Febbraio 2014|