Mnemosyne significa memoria e indubbiamente la memoria ha una funzione psichica precisa: quella di conservare informazioni. Mnemosyne (LietoColle, 2013, pagg. 98, euro 14) si intitola il libro d’esordio di Michele Montorfano, autore che dimostra già una robusta maturità espressiva, dotato anche sull’altro fronte, quello del pensiero, ma senza retoriche concettuali. Anche se il passo di questa silloge potrebbe essere confuso con una sorta di ideazione narrativa che conduce al richiamo del ricordo, della rievocazione, della reminiscenza, non bisogna farsi ingannare. L’autore sta comunicando “informazioni”, forti, cruente, ossessive, potenziate dalla loro carica evocativa. C’è indubbiamente un aspetto “crudele”, ma fare un disegno spietato significa crudeltà? Forse questo termine sostituisce il più pietoso e lungimirante “consapevolezza”? È vero che sempre più la letteratura pretende una dimensione consolatoria e a molti pare crudele anche un moscerino che cade in volo. La morte, appunto, non è all’ordine del giorno di tanti scrittori. La vita ancora meno. Ma la poesia? Non spetta forse alla poesia, come alla scienza, incidere, entrare, testare, e se possibile seviziare il lettore? Verrebbe mai in mente di dire che la scienza è crudele? La poesia, naturalmente, non è scienza, per lo meno non usa gli stessi codici, ma è indubbio che ha lo stesso fine: dirci il più possibile come stanno realmente le cose. Leggendo Mnemosyne c’è un ritorno di memoria, questo è vero, di memoria “buona”, quella che restituisce delle informazioni e le mette in relazione con altre. Una memoria che ha tutte le intenzioni di riflettere i fatti su uno schermo che non fa sognare a occhi aperti, che non prevede conforto. Così si esprime infatti l’autore:
[…] Io scrivo i nomi degli orchi accanto a quelli dei santi.

Scrivo che le cose si consumano; scrivo che la neve è tutto
e che la notte è passata tra le sue querce.

Scrivo che apro gli occhi. Cerco dei rami e li spacco sulla terra.

Fine della morte.

Anche il cuore, sempre in una poesia di Montorfano, diviene “zona,/ e polpa che si esplora”. Il poeta lo fa con audacia, non si arresta. Viene in mente il romanziere americato Littell, con la sua coraggiosa responsabilità, capace di rovesciare le prospettive, di assumere uno sguardo molto più azzardato per quanto concerne la Shoah: farla vedere dalla parte dei carnefici. Montorfano sviluppa questa stessa dinamica nella prima sezione del libro con i suoi «termini-chiave ridistribuiti a pioggia», come osserva bene Mario Santagostini nell’introduzione. Le immagini sono autentiche, fatte di mutilazioni e bisturi, visionarie ma asettiche nella violazione delle carni e negli esercizi del sangue. La sensazione è quella di osservare il macello dai vetri delle gallerie presenti nelle sale operatorie americane. Soprattutto viene in mente come sia questione di pochi centimetri essere dalla parte della vittima o del carnefice; a proposito di buoni propositi, c’è sempre un appuntamento fallito con il bene. “Consapevolezza” è una delle nozioni che permette di entrare nella visione, esaminata su più fronti, un’idea necessaria, fosse anche la coscienza di essere un agglomerato casuale e di poco senso:
[…] Perché siamo questo rischio, amore
di vespe incastrate tra le lamiere.
Siamo il buio quando si spegne.

C’è una sorta di movimento elegiaco che si oppone a qualsiasi estetizzante liturgia. Eppure, nell’intensità e nell’equilibrio della lingua, nei versi precisi – dritti nel segno – nel ritmo paratattico si potenzia una forza esteticamente dirompente. Lo sconvolgimento che il poeta attua nel corpo è lo stesso che nelle successive sezioni si realizza nel paesaggio. Gli elementi naturali divengono bisturi che lacerano l’anatomia di cielo e terra. Per quanto siano diverse le ascendenze citate per la poetica di Michele Montorfano, il verso ormai autonomo si è sviluppato nella reazione del segno santagostiniano. Se ascendenza c’è stata è indubbio che si legge (anche) nello “sguardo” di Mario Santagostini. È lo stesso “vedere”, nella sua polifonia di ore, corpi e architetture caduti. Un guardare che si nutre degli effetti rovinati, inariditi di un luogo, delle tracce più struggenti, possibili allo sguardo del poeta che li restituisce con la sua vitalità, proprio perché più cosciente della devastazione. Come Santagostini anche Montorfano è cantore di una metafisica sostenuta da un vigoroso senso materico. “Perché riempire spazi è il nostro compito”, scriveva il primo, a cui pare replicare il secondo che: “Non basta questa eternità,/ questa poca grazia”. In entrambi c’è una ripetitività seduttiva (apparentemente più violenta in Mnemosyne), che acquista il suo valore proprio nella mancanza di definizioni, nello strazio della parola. Leggiamo questi versi dalla seconda parte Il mondo migliore:

Tutto avrà la quiete del male;
il taglio degli strapiombi
nei quadranti
e l’apnea, i solchi sugli occhi,
la sacca svuotata, i colli delle ossa.
Tutto
vibra acceso dalle mine
e non ha disciplina, labbro,
cartilagine per le spine.
Tutto oltre il punto,
è la forma esausta dello scarto

E poi c’è Lilith nella sua distruzione e salita, che dà anche il titolo alla quarta e ultima parte della raccolta (Distruzione e salita di Lilith). Lilith, la femmina che rappresenta il supremo atto di ribellione in fondo: “Lei, il disordine; la bocca spalancata; l’assenza di educazione” che con un geniale colpo di coda “inventa l’illusione di essere la mancanza”, il desiderio, l’impossibilità di un insieme eternamente armonico. È il più verticale paradosso dello spirito umano: cogliere gli elementi separati senza mai abbracciarne una sintesi. Se ciò è sufficiente alla scienza, non lo è per la poesia; qui sta lo scarto, la separazione nonostante entrambe intraprendano lo stesso tragitto. Lilith, simbolo di provocazione e autonomia, diviene una specie di big bang soggettivo, un io percettibile nelle sue parti, ma inaccessibile nella sua profonda unità. Lilith è un “soggetto” che non teme di viaggiare a ritroso, di disgregarsi, di cedere al buio che la precede tanto “da sbranare tutta la vita e tutta la morte”. Lilith è il frammento esatto, l’inganno e la traccia, la devastazione della ripetizione rovesciata in lirica nelle paradossali salite verso il basso. Lilith è la scena conclusiva di Mnemosyne. Lilith ne è l’interprete, perché è lei a portare malattie, disastri, morte. Assomiglia all’unicum, alla luce. La vita non ha scampo, pare dire l’autore, procede in maniera metodica e rigorosa. Al poeta il compito di un’analisi chimica degli impulsi armonici con la stessa consapevolezza di uno scienziato. Se ogni atto di creazione è, prima di tutto, un atto di distruzione allora la bellezza sta anche lì, nella catastrofe, nella solitudine della rovina, nella parola che manca. Del resto, scrive Montorfano: “Costruisci un verso come il resto di un incendio”. (Mary Barbara Tolusso)