di Antonio Devicienti

Io credo nella poesia.

E credo che la poesia non ha vinti né vincitori né graduatorie.

Io credo che la sua potenza sia disarmante (…..) Disarmante, appunto, perché scintilla nella sua nudità. (…..)

Io credo che le prefazioni non siano necessarie alla poesia.

A meno che non si radichino come torcia illuminante, innestandosi all’opera con la propria sostanza luminosa.

Io credo che la poesia abbia un petto splendido in grado di cantare da solo, intensamente, intimamente, verso chi è disposto all’ascolto senza distrazioni, corpo a corpo (Anna Maria Farabbi, Abse, Il Ponte del Sale, Rovigo, 2013).

Pur non essendo questa una prefazione, ma un attraversamento del libro di Anna Maria Farabbi che a sua volta è un attraversamento dell’abse (il nulla) e di un paese-mondo che la poetessa nell’abse ha incontrato, mi auguro di essere capace di ascolto concentrato, mi auguro che il mio corpomente sia capace di ascoltare, capire ed essere torcia luminosa. Certamente s’incendia il corpomente nel leggere e nel ripetersi ad alta voce le parole di questo libro (da tempo ho preso l’abitudine di ridirmi ad alta voce i versi che incontro, di provarne la suggestione ritmica, la necessaria e necessitata valenza sonora; ho imparato che se i versi non reggono alla lettura a voce alta è perché girano a vuoto, non sono necessari, si baloccano dentro un intellettualistico narcisismo senza bellezza). Conquista già la recisa affermazione iniziale: io credo nella poesia. Decisamente l’opposto di una linea poetica volta a restituire il parlato e la quotidianità considerata più banale, decisamente il contrario di una linea nutrita di scetticismo e forse di pragmatismo o ritenuto tale. Ma anche un’affermazione rischiosissima: il lettore si aspetta non solo di vedere comprovato un credo di tal fatta, ma anche di avere tra le mani un libro all’altezza di queste premesse… continua sul blog via lepsius