La scuola non è, di per sé, un argomento poetico. Giuseppe Rotoli la pone al centro della sua raccolta. Incede a svelarne le contraddizioni, a martellarne il vuoto fino a comprimerlo nel verso, per lasciare respiro a chi la vive quotidianamente. Ogni parola Con la cenere in bocca, a stretto contatto con la morte, perché riaffiori la vita: da un orario (“tizzone perenne nella carne”) che costringe alle gocce sentire e sapere , dalla burocrazia (“nel pantano delle segreterie, nell’eco dei faldoni”), dalla lezione intesa alla lettera (“il luogo della separazione, un luogo inumano”), dalle farse in generale (“buffo tetro teatro”). Una lingua affilata delinea i luoghi senz’anima in cui si muove certa quotidianità: le “aule” sono “incompiute”, lo “spazio spaesato”, “allegri avanzano docenti e discenti nel luogo, nella fossa di morte”. La scuola non riesce a vivere. La popolano colpevoli ritratti con amara ironia. La cenere in bocca penetra l’ipocrisia, invita ad avere uno sguardo lucido e coraggioso sulla realtà che ci circonda, qualunque essa sia, a non ipnotizzarci nei colori slavati delle finzioni. “Eppure il sole splende”, nonostante la stanchezza quotidiana. “Forse non è tutto perduto” sembra la ragione ultima di questa sanguigna poesia.

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