La poesia lirica in Italia oggi. Un punto di vista personale. Di Edoardo Zuccato

Home/Contributi, In evidenza/La poesia lirica in Italia oggi. Un punto di vista personale. Di Edoardo Zuccato

La poesia lirica in Italia oggi. Un punto di vista personale. Di Edoardo Zuccato

EDOARDO ZUCCATO

LA POESIA LIRICA IN ITALIA OGGI. UN PUNTO DI VISTA PERSONALE

dalla rivista Ulisse n. 11

Malgrado la distanza cronologica dal Romanticismo, non è azzardato sostenere che ancora oggi, nella mentalità diffusa, la lirica continui a rappresentare la poesia per antonomasia. L’espressione appassionata di un io esplicito o implicito – se questo è ciò che intendiamo per lirica – continua a essere il parametro di riferimento, il sogno e l’obbiettivo della maggior parte dei lettori e, probabilmente, degli autori di poesia odierni. Si tratta, come è noto, di un’eredità romantica, che ribaltando le gerarchie neoclassiche stabilì che l’espressione breve, rapsodica, frammentaria di un soggetto fosse il vertice dell’arte poetica, degradando invece a costruzioni retoriche le forme lunghe che per secoli erano state considerate l’apice della perfezione. Ciò non ha impedito, sia nell’Otto che nel Novecento, che si praticassero le forme lunghe di varia natura (epiche, narrative, di impegno civile, ecc.), e tuttavia, forse anche per l’influsso delle antologie scolastiche, che per ragioni strutturali privilegiano le composizioni brevi, con sempre maggior frequenza il libro medio di poesia contemporanea venne identificato con la raccolta di liriche piuttosto del poemetto o del poema. Il Novecento ha visto una radicalizzazione delle posizioni romantiche più che un loro superamento. Le aree di scrittura eredi dirette del Romanticismo, pur con vari filtri, come l’Ermetismo e il Neo-orfismo, hanno accentuato il carattere frammentario, involuto e rapsodico dell’espressione poetica, pur accogliendo alcune posizioni novecentesche, come la cancellazione di un io poetante esplicito nel caso di alcuni neo-orfici. Dice molto, comunque, il fatto che queste due “correnti” vengano considerate dalla critica come centrali nel Novecento italiano, malgrado (o forse grazie a) l’evidente epigonismo manieristico della seconda. Manierismo che ritorna anche nell’estetica delle avanguardie, cioè i movimenti che maggiormente hanno messo in dubbio la poesia lirica. Accogliendo le riflessioni della psicologia, della filosofia e della scienza contemporanee, le avanguardie hanno portato alle estreme conseguenze le intuizioni romantiche e simboliste sull’instabilità, se non l’inesistenza, dell’io. Se non c’è un io ben definibile, la sua espressione appassionata non può che essere una mistificazione, un’illusione prodotta dal linguaggio e dalle convenzioni. Soprattutto nelle avanguardie novissime, compito del poeta responsabile fu dunque non utilizzare ma smontare questi meccanismi per mostrarne il sostrato ideologico. Al posto dell’espressione lirica si ebbe così il gioco linguistico, il vortice mistilingue di parole disancorate da una realtà, interiore o esteriore, dichiarata irraggiungibile. Sembra di essere molto lontani dal Romanticismo, ma in realtà si è sempre nei suoi dintorni, non solo per le inevitabili premesse simboliste di questo discorso (Mallarmé in testa), ma anche per l’idea schlegeliana della poesia romantica come fusione e superamento di tutti i generi, da lui pensata soprattutto in riferimento al romanzo, ma che soggiace a molti fenomeni dall’aspetto quintessenzialmente novecentesco, come ad esempio i Cantos di Pound o le idee strutturaliste e decostruzioniste di écriture.

La poesia italiana degli anni Sessanta e Settanta si è sviluppata sopra un fondo teorico novecentistico, a volte inconsapevole, secondo cui il linguaggio non è in grado di rappresentare il mondo (qualunque cosa significhino linguaggio e mondo, interiore o esteriore). Al mondo si può solo alludere ironicamente, restando chiusi nella prigione della lingua (secondo le neo-avanguardie), oppure si può alludervi tragicamente, attraverso un linguaggio criptico sempre al limite dell’incomprensibile e del gratuito (secondo i neo-orfici), oppure si può alludervi frammentariamente, per sprazzi disarticolati (secondo la Linea Lombarda). Escluso dalla poesia, perché ritenuto impoetico o intrinsecamente impossibile, rimase qualsiasi discorso compiuto, con un capo e una coda riconoscibili, articolato con chiarezza sintattica e argomentativa. Una modalità di questo tipo fu ammessa, tutt’al più, per la polemica politica, come nei versi del Pasolini più ideologizzato. Va detto, naturalmente, che diverse esperienze importanti rimasero estranee a queste idee – basti ricordare la produzione coeva di Bertolucci e Luzi o la poesia in dialetto. Oggi la situazione è molto diversa, aperta senza inibizioni ai modi di scrittura più diversi. Non si può negare, tuttavia, che l’ideologia di quel passato recente sia dura da smaltire, non solo per il fatto che i “maestri” di allora hanno provveduto e provvedono a riempire di loro seguaci gli ambienti editoriali e letterari. Il modo migliore per sfuggirvi, comunque, resta quello di varcare i confini nazionali, studiando le lingue straniere e scoprendo che i dogmi della nostra tradizione recente semplicemente non esistono. In Inghilterra e in Polonia, in Irlanda e in Scandinavia, in Nord America e nei Caraibi si sono scritte e si scrivono poesie di generi che in Italia erano stati dichiarati impossibili e fuori tempo. Che non solo sono possibili, come dimostrano Heaney e Strand, Herbert e Tranströmer, Walcott e Tomlinson e molti altri, ma sono anche piene del loro tempo più di tanto modernariato da mercatino delle aggiornatissime poetiche dei nostri anni Sessanta e Settanta. Fa piacere notare che oggi i poeti più giovani articolino la loro esperienza del mondo, pur nei modi più vari, usando una lingua accessibile e, a parte qualche isola di ideologia teoricista, senza un eccesso di infingimenti manieristici. È una poesia che, pur ancora in formazione, ha due elementi per me pregevoli, ovvero non rifugge a priori dalla sintassi comune, pensando ingenuamente, come facevano le avanguardie, che solo le distorsioni e i singhiozzi sintattici fossero poetici, e contiene un tasso di prosa adeguato per poter dare voce a una visione ampia del mondo, senza confinarsi nei giardinetti squisiti ma soffocanti delle stravaganze linguistiche. Certo, articolare in tal modo la propria esperienza del mondo non significa automaticamente renderla interessante, né produrre poesia di valore. In questo quadro di riflessioni, tutte discutibili, c’è una sola cosa sicura: che la poesia valida, destinata a durare nel tempo, dipende dall’importanza di quello che viene detto e dall’efficacia con cui viene detto, efficacia che è data dall’esattezza sommata alla forza dell’espressione. L’esattezza dipende dalla padronanza dell’arte poetica, cioè della lingua e della tecnica, che si può imparare con la lettura e l’esercizio, mentre la forza è frutto della passione, che non si può imparare o fingere. Come il coraggio di Don Abbondio, la passione, cioè la motivazione profonda, uno non può darsela. È questa la ragione per cui molti poeti, ieri come oggi, invecchiano male. La grande poesia è davvero tutta qui, e il resto è contorno, commento, o, nei casi peggiori, moda e intrallazzo letterario. Ma passare dalla teoria ai fatti, hic opus, hic labor est.

6 Aprile 2014|