fonte: Giornale del Popolo

Jean Soldini, studioso di arti figurative e filosofo, è anche poeta. Nel 2005 aveva esordito con la plaquette Cose che sporgono, per le edizioni “alla chiara fonte”. Ora il volume Tenere il passo (prefazione di Jean-Charles Vegliante, Lietocolle, 2014), raccoglie, oltre l’operetta citata, la successiva Bivacchi, del 2009, e l’inedito libro di versi che dà il titolo all’insieme. Distribuite sull’arco di un decennio, le poesie svolgono un discorso coerente, senza cesure interne tematiche e stilistiche di rilievo, conferendo al trittico un carattere unitario. Una coerenza che in Soldini va ascritta, per prima cosa, alla capacità di saldare il proprio senso estetico corroborato dall’esperienza professionale a una personale rappresentazione della vita. Significativo, al riguardo, è l’interesse a indagare i modi con cui il soggetto umano, al di là del suo statuto fragile e per molti aspetti aleatorio, tenta di posizionarsi e orientarsi in relazione allo spazio, al tempo e al prossimo. Questo tipo di indagine suppone ovviamente una poetica implicita articolata nei minimi dettagli, dalle scelte lessicali a quelle prosodiche.

Confrontando, per esemplificare, la prima poesia (Con le dita entra) con una delle ultime della silloge (Darsi all’occhio), si noterà la presenza in entrambe della parola-tema “linea”: «Luce,/ Linea estrema» (A) – «Stare su una linea,/ al di qua o al di là di quella linea» (B). Il che ci riporta, lungo la ricerca di un fondamento all’esistere e al dire, all’elemento geometrico distintivo e semanticamente più ricco – la linea appunto – in grado di indicare la frontiera delimitante e nondimeno aggirabile che ci separa dal nostro simile. Oppure quel tracciato in evoluzione, la “linea di una via”, che simboleggia l’esistenza. Come nell’eponimo, polistrofico Tenere il passo, componimento centrale (quasi un poemetto) dove si concentrano gli assunti maggiori dell’autore, tra cui la questione vitale e certamente anche etica del ‘tenere il passo’. Passo, ritmo e posture generati in pari tempo  da “semi terrestri” e “semi celesti” entro una vicenda terrena segnata da una casistica variegata e imprevedibile in termini di incontri e aderenze («copulare d’anime e corpi»), oltre che di soste necessarie. Senza dimenticare però che passo d’avvio e passo d’addio tendono a formare cerchio fino a coincidere, costretti come sono a imboccare “solo una porta girevole”, e in congiunture tali da rendere più che problematici gli avvistamenti di “terre nuove”.

Non vorrei forzare l’interpretazione, ma è probabile che Soldini, appassionato cultore di Alberto Giacometti (imminente la pubblicazione del saggio Giacometti, l’Espace et la force), in questo e in altri testi della silloge abbia incorporato qualcosa della figura giacomettiana per eccellenza, ovvero la sagoma asciutta ed essenziale di un essere umano concentrato sul suo passo ‘immobile’, dove il desiderio di procedere su un’utopica linea vitale è trattenuto spesso dalla gravità del  piede-piedistallo: movimento prosciugato in una stele. Nel componimento Velocità, che va pure in quella direzione, la domanda se la velocità di una pietra corrisponda al “cercarsi della sua immobilità” indizia la natura contraddittoria, per non dire ossimorica, di tutti noi mortali. Ulteriori suggestioni provenienti dall’arte figurativa e dall’esperienza visiva in generale – in sintonia con molti poeti d’oggi – si devono rapportare al tema della parcellizzazione del corpo. Ad esempio la persona vista alla cassa dell’ipermercato e ridotta a “riga gialla”, nell’omonima poesia, o, sotto forma di sfrangiato blasone femminile, Treccia (scritta per la poetessa svedese Birgitta Trotzig) o ancora Homo aranea sapiens?, liberamente ispirato all’opera dell’artista tedesco Kippenberger, dove il corpo umano degradato ad assemblaggio di materiali inerti può solo far presumere “un corpo a venire”. Il gusto per il frammentario e il filiforme (riflesso di regola nella brevità dei versi) non inclina tuttavia verso il tragico. Evoca semmai una condizione di esistenza sospesa, di cose ripiegate in sé o che al contrario “sporgono e chiedono salvezza”. Vite e cose, vorremmo dire, collocate alle soglie del senso, in attesa di quella parola giusta che sembra indugiare volteggiando nel suo aereo e raffinato gioco di risonanze.

Gilberto Isella

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