(…) In più, quando penso agli scrittori che conosco, perlopiù poeti, noto che sono sostenuti da altri – mogli, quasi sempre madri – che si fanno carico del sostentamento economico di quelli che conosco. E vivono anche abbastanza agiatamente, con televisori, frigoriferi pieni e appartamenti o case in riva al mare, quasi tutti a Venice o a Santa Monica e prendono il sole di giorno, sentendosi sull’orlo della tragedia, sentendosi miei amici (?) e poi, di sera, magari una bottiglia di vino e un panino al crescione, seguito da una lettera piagnucolosa sulla loro indigenza, la loro grandezza indirizzata a qualcuno da qualche parte. Qualsiasi cosa pur di scrivere, lavorare, creare, buttare giù parole. Beh, credo che sia sempre meglio che lavorare a una punzonatrice. Le mogli e le madri lavoreranno a una punzonatrice, non preoccupatevi di quello. E i poeti, non avevano vissuto nel mondo là fuori, nel mondo reale, non avranno niente su cui scrivere, ma scriveranno comunque con un ego grande così e tantissima noia. È praticamente impossibile scrivere sulla scrittura. Mi rendo conto che una volta, dopo aver tenuto un reading di poesia, ho chiesto agli studenti: “Ci sono domande?” e uno di loro ha chiesto: “Perché scrive?”. E io gli ho risposto: “Perché porta quella maglietta rossa?”. Essere scrittore danna l’anima ed è difficile. Se hai talento, può lasciarti per sempre in una notte di sonno; ciò che ti fa andare avanti nel gioco non è facile a dirsi. Troppo successo è distruttivo, ma anche la mancanza di successo è distruttiva. Un rifiuto piccolo può far bene all’anima, ma il rifiuto totale può creare bisbetici e pazzi, stupratori, sadici, ubriaconi e poeti mancati che picchiano le mogli. Tanto quanto fa il troppo successo (…).

foto: Erwin Olaf-Adsorbendum 2

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