Nella contemporaneità un verso subisce lo stesso destino di un’opera d’arte. Non essendo codificabili, sono potenzialmente riproducibili entrambi. Anche il verso più riadattato alla classicità, il più metricamente aggiustato lo percepiamo sempre o troppo corto o troppo lungo e quasi mai autosufficiente. Non è quasi mai cioè una forma autonoma; la sua misura non è intrinseca, memorabile parentesi di bellezza nella partitura sonora che lo ospita. Ogni poesia oggi (e dunque ogni verso) è leggibile come un’allegoria di se stessa ed è spesso costretta ad appoggiarsi, per stare in piedi, sul testo che la precede o che la segue. E, alla fine, è il libro intero che conta e che, retrospettivamente, delimita i confini e la qualità dei versi affratellati dal loro ruolo di comprimari equanimi del senso. Un po’ come accade nella trama di un romanzo ottocentesco.

Eppure, nonostante tutto, un poeta sa quando un verso ha il diritto di restare dov’è, o cedere il passo al successivo. In una poesia prato, erbosa, terrestre, armoniosamente casuale, è addirittura consolante sottoporsi alla fatica di infinitesimali, virtualmente infinite varianti. Penso alle ali delle farfalle, quando mi abbandono a questa dolce perversione. In un contorno sempre eguale ogni individuo racchiude il segreto di un diverso disegno. E così è nel verso: nel suo caleidoscopio si riconosce la specie, non il singolo. Finché è il verso stesso che blocca il gioco delle mutazioni, mettendo radici e durando. Non da ogni seme nasce una pianta, ma in questo caso, non c’è altro da sperare (o da temere) che essa ci sopravviva.

La poesia senza contenuti semplicemente non esiste: è come un volto di cui non si scorgono gli occhi, il loro colore, il taglio della bocca, del naso. Una poesia è tale quando, anche nella più ardua astrazione dai significati, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi. Bisogna poter sempre spiegare, raccontare, dialogare con quell’inconscio fratello (o sorella) che ci prende la mano e ci guida nelle direzioni meno prevedibili delle nostre risorse, o riserve linguistiche. Qualche anno fa, vissi per una settimana in una sperduta località della campagna irlandese insieme a un gruppo di poeti che traducevano in inglese alcune poesie de La viandanza. Il mio primo, anche se non esclusivo, compito fu quello di spiegare il significato dei miei versi. La limpidezza della sintassi inglese, i suoi scarsi margini di ambiguità, la ricchezza del suo lessico e la sua proverbiale precisione, mi misero a dura prova, ma non ho più dimenticato la lezione. Ciò che non si può spiegare è spesso solo il sintomo di un fallimento, di una scorciatoia che l’anima prende di fronte ai rischi della semplicità. La semplicità, dice Pasternak in una poesia esemplare, “più d’ogni cosa è necessaria agli uomini/ma essi intendono meglio ciò che è complesso”.

Leggo a voce alta solo la poesia a ciò predestinata: scritta cioè anche per l’orecchio, oltre che per la mente e per il cuore. Solo il primo verso e l’ultimo fanno appello alla memoria del cuore. Da lì, dal cuore voglio dire, li estrae la voce che li pronuncia. Non mi fido di nient’altro se non della mia voce per capire a che punto sono in quel lungo viaggio di congedo che è la scrittura poetica. La meta non è capire la poesia, ma provare a immaginare il mondo.


Biancamaria Frabotta è nata nel 1946 a Roma e insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza. Autrice di saggi e di varie opere di critica letteraria, ha scritto un romanzo (Velocità di fuga, Reverdito, 1989), opere teatrali (Trittico dell’obbedienza, Sellerio,1996) e radiodrammi. Ha curato l’antologia di poesia femminile italiana dal dopoguerra a oggi, Donne in poesia (Savelli, 1976) e l’antologia di saggi e di testi poetici, Poeti della malinconia (Donzelli, 2001). Numerose sono le sue opere di poesia: Affeminata (Geiger editore, 1976, con una nota critica di Antonio Porta); Il rumore bianco (Feltrinelli, 1982, con prefazione di Antonio Porta); Appunti di volo e altre poesie (La Cometa, 1985); Controcanto al chiuso (Rossi § Spera Editori, 1991, con disegni e litografie di Solvejg Albeverio Manzoni); La viandanza (Mondadori, 1995, Premio Montale 1995); Ne resta uno (Il Ponte ,1996, sedici haiku con sei incisioni di Giulia Napoleone); Il messo, poesia in Sopravvivenza del bianco (edizioni di Vanni Scheiwiller, 1997); High Tide (Poetry Ireland LTD. Dublin, 1998, traduzioni di una scelta delle poesie de La viandanza); Terra contigua (Empiria, 1999).