Fonte: Samgha, Rivista Culturale

Saggio scritto da Mary Barbara Tolusso.

Più di quarant’anni di poesia. È il percorso di Cristina Annino, un viaggio destinato a continuare ma che intanto ha donato un esito di non poco conto: un linguaggio che scuote alle fondamenta le certezze presunte dell’atto poetico come tale. In fondo, scrive l’autrice nella raccolta L’udito cronico,[1] «niente esiste che mi si ponga / davanti piatto, senza / sbalzi di luce». Che poi non è altro che quell’«intima disgregazione» già affrontata nel libro d’esordio, datato 1969.[2]

Leggere Cristina Annino non è impresa facile; all’inizio dobbiamo affidarci ai maestri che l’hanno sostenuta e che continuano a sostenerla, da Franco Fortini, Elio Pagliarani a Maurizio Cucchi e Walter Siti. Non è semplice leggerla da un punto di vista storico perché comporta una contestualizzazione precisa. Annino esordisce in un periodo in cui l’eccitazione della lingua poetica divide i suoi adepti in scuole di pensiero e di scrittura. Ma non è facile decifrare Annino soprattutto da un punto di vista intellettuale.[…]

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