Nessuno ignora la funzione del poeta nella struttura della società esistente o in evoluzione. L’importanza di un Baudelaire, di un Mallarmé, di un Rimbaud, come costruttori di un “modo” di vita nella compagine nazionale francese, è oggi più evidente che non ai contemporanei, quando si poteva pensare che la loro poesia non fosse che una sinuosa avanguardia letteraria, rifrazione di una lingua costretta a piegarsi a sintassi liriche provvisorie. Riconosce il politico questa forza attiva del poeta nella società?
Salvatore Quasimodo, Lettura Nobel, 11 Dicembre 1959

Il filo che tiene insieme due emisferi apparentemente distanti come la poesia e la politica è impercettibile, ma resistente. Si tratta, forse, di dipanarne i capi e vedere se mai ci siano dei nodi a congiungere l’uno all’altro, qualche giuntura che ne rivendichi una più stretta e speculare parentela. Questo si può fare ora: mettere un punto interrogativo al termine della frase, sollevare un problema, un sospetto: provocare, se possibile, una reazione. Magari iniziando in questa occasione attraverso le riflessioni in versi di alcuni maestri del passato, da Dante ai recentissimi, ai quali ognuno potrà affiancare altri autori: lanciamo pochi sassi nel dirupo, attendendo che si alzi qualche voce.
I
Cosa intendiamo oggi con “politica”? Quale percezione ne abbiamo?  Sicuramente nel nostro tempo la politica arriva quasi a coincidere con l’economia, un’economia insana, alterata, che vira viziosamente all’unico stato di business. Il poeta cosa guarda? Spesso ciò che guarda anche il politico ma da una prospettiva diversa, relaziona sempre il minimo al tutto: il problema della fame o quello dell’uguaglianza civile, ad esempio, hanno per il poeta un interesse esistenziale, come in Raboni

(…)
Sia detto, amici, una volta per tutte:  a correre rischi non è soltanto
la credibilità della nazione  o l’incerta, dubitabile essenza
che chiamiamo democrazia, qui in gioco c’e la storia che ci resta,
il poco che manca da qui alla morte.

Politico e poeta, in quanto esseri umani, si interessano degli stessi problemi, prendendone in considerazione però aspetti diversi. Anche quando il poeta tace o elude la sua appartenenza sociale, compie una scelta, prende una posizione. La Divina Commedia rappresenta in questo senso un esaustivo campione di sincronicità tra vita spirituale e vita civile: l’uomo compie un percorso sempre attraverso dei passaggi di ascensus e descensus e Dante è insieme poeta e politico, testimone della storia e della metastoria, identità bifronte inscindibile in cui ognuna delle due facce interroga il reale del viaggio con parole diverse. Se nel viaggio spirituale Dante può contare sulla praesentia costante ed escatologica di Virgilio e Beatrice, in quello civile manca un valido punto di riferimento, un gubernator che drizzi la rotta del Paese, come recrimina in Pg, VI, 76-78:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!

In politica è importante promettere, ostentare, rassicurare. Il poeta, spesso, sa di non poter promettere nulla, non offre compassione. Chiede però all’uomo una partecipazione collettiva, simpatica, uni-versale alla comunicazione della propria scoperta: “Non chiederci la parola…” scriveva Eugenio Montale nel 1923, come un rifiuto di ogni possibilità di inequivocabile certezza, di positiva asserzione nella lettura delle fondamenta umane. Ma quel “noi” utilizzato dal poeta prende su di sé tutto il peso della nostra debolezza, e ci chiede di “essere insieme”, di accogliere solidalmente il paradosso dell’esistenza.
E la collettività richiede irrevocabilmente un impegno di politica compartecipazione alla vita, di riconoscimento dell’altro in quanto co-emittente e insieme co-destinatario della nostra socialità in ogni centimetro della sua microcircolazione: dalla nascita alla morte, tutti siamo legati da un vincolo invisibile di comune destinazione. Per questo si può dire, con Edoardo Sanguineti, che è politica tutto, ma anche che a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica.

II
«Tu? Non sei dei nostri.
Non ti sei bruciato come noi al fuoco della lotta
quando divampava e ardevano nel rogo bene e male»
(…)
«E’ difficile spiegarti. Ma sappi che il cammino
per me era più lungo che per voi
e passava da altre parti»
Questo frammento di dialogo, estratto da “Presso il Bisenzio” di Mario Luzi (Nel magma), è una delle più riuscite rappresentazioni metapoetiche della grande dicotomia tra politica e poesia. Nel testo luziano abbiamo un “quattro contro uno” in cui l’inferiorità numerica pesa sul poeta che deve giustificare ai suoi interlocutori (che sembrano avere i tratti somatici e spirituali dei “resistenti partigiani”, di coloro che hanno fatto la lotta quando il Paese lo richiedeva) il motivo della propria assenza dai ranghi della storia. La risposta del poeta è già di per sé un manifesto poetico: non si tratta di assenteismo o di rinuncia, non è una ritirata strategica dal dovere. La sua testimonianza esiste, come la sua lotta, ma a volte passa «da altre parti», richiede una geografia del combattimento tutta per sé, tutta a parte. Ed è la geografia della parola. Alcuni poeti hanno partecipato attivamente alla critica politica italiana, europea o mondiale. Altri hanno scelto posizioni diverse, sono rimasti di vedetta, sulla soglia, hanno parlato di altro o in altro modo. Ma anche in questo caso sono stati uomini e cittadini, hanno portato testimonianza di una solitudine che non è, però, solitaria, ma che si ricollega alle altre. Sempre. Per questo è possibile avvicinare le parole di un poeta engagé come Neruda

Portava il popolo le sue bandiere rosse
e tra la gente sulle pietre che calcava
io mi trovai, nel giorno strepitoso
e sulle alte canzoni della lotta.

a quelle di Leopardi, che così scrive ne La ginestra

E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole

Cambiano gli scenari, si spostano sensibilmente gli assi sulle linee spazio-temporali, ma entrambi gli autori ribadiscono la propria salda appartenenza sociale: pragmatica e impegnata in Neruda, più cosmica e filogenetica in Giacomo Leopardi. Da Foscolo a D’Annunzio a Pasolini, da Berchet a Ginsberg e a Hikmet, passando per Amelia Rosselli come per Alessandro Manzoni: temperature fisiologiche e spirituali spesso diverse, a volte inconciliabili, ma sempre consapevoli di dover mettere l’uomo al centro di un progetto più grande, di una adesione che è, anche se talvolta tacitamente, politica, viscerale, consanguinea.

Partiamo da qui, con poche parole, e formuliamo la nostra prima domanda: è possibile, oggi, un punto di contatto tra la poesia e la politica? L’Archivio Dedalus si propone come luogo di incontro e dibattito, come punto di partenza per la costruzione di un dialogo ora più che mai urgente.

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