Fonte : Cartesensibili

Mi capita di rado, praticamente mai leggendo poesia contemporanea,  di ridere come invece,  a voce quasi alta, mi è capitato con la raccolta di Marelli. Te le cava dalla bocca, lisce lisce, come le briscole, le lische di un sorriso che fa rumore, quello delle sedie sull’impiantito di un’osteria, cosa di moda in genere ma svuotata della sostanza primitiva. Non qui, però, non in questa raccolta e per questo resti basito ad ascoltarti mentre leggendo, anzi guardando i quadri di scena che ti mostra, lo fai. Ti accorgi che ridi, che senti di ridere dentro. Eppure ciò che stana dalla mano e mette nel piatto non fa ridere per niente, capita qualcosa, nel giro di vite che dà dentro le righe e da una pagina all’altra, per cui   presenti alla partita ci siamo tutti,  a giocare tra due punti da segnare, l’inizio e la fine come nascita e morte, in un mappamondo che si restringe alla grandezza del tavolo dove assediati non stanno solo i soliti quattro ignoti ma tutti quanti noi, coinvolti in un assolo e in un affondo che comprende  i vivi e i morti, i bianchi e i neri, i gialli…insomma tutto il repertorio umano e anche quello delle bestie, che son fratelli e  sorelle nostre, come il cavallo che trasporta bastoni, denari mai tanti, spade a iosa e coppe quelle dell’osteria, che se si beve, si beve in compagnia. E non trascura nessun aspetto, Piero M., la guerra la fa per intero anche se sfodera spade di carta, e lancia monete di parole sonanti, a volte scalcagnate figure di donne altre di uomini e sono costruiti di dolori e parole, che stanno nelle tasche della gente comune, in una treccani minuscola. Marelli sa quanto lunga deve tirare la sceneggiata, e  in presa diretta,  mentre gestisce la partita delle carte, cala gli assi di altri pavimenti, e sale le scale di case di borgata e condomini dove vive la gente in carne ed ossa, non re o regine, ma scartine, usate qui e là da una vita dura, scomposta, che ti mette addosso al muro e con responsabilità che pesano, anche se ci ridi sopre perché, per fortuna, la parola sa farsi più leggera e gioca, anch’essa la sua carta. Cala  le sue carte, il regista della partita, per disegnare chiara una mappa di tutto il pianeta umano, che si allarga fino a superar anche l’oceano, perché ci sono migrazioni nostrane e tutte le altre che nel catino del mediterraneo calcano le scene dei diversi paesi, con marocchini, nigeriani, cinesi…Insomma tutto il mondo lo stesso paese e le carte sono le uniche anarchiche, si lasciano giocare con regole che non cambiano con la moda di un momento  e van bene anche ai principianti.

Alla fine della lettura, o meglio alla fine del giro di carte, m’era uscita così tanta scrittura, messa sul bordo nelle pagine del libro, che sembravano i fogli di più partite in atto, una specie di campionato senza vincitori, tutti in parità,  in altri  luoghi  non del foglio come al mercato degli scambi, dentro una visione amplificata da un punto panoramico allargato  e il magnete di Marelli attraeva le mie limature della mia grafite disegnando tratti di campi, tutti magnetici, tutti magnifici ma dove sempre, esatta c’era la vi(s)ta.

fernanda ferraresso.