(…) Non leggiamo altri: ci leggiamo in essi. Mi sembra un miracolo che qualche sconosciuto possa vedersi nel mio specchio. “Se c’è un merito in ciò – dice Pessoa –appartiene ai versi e non all’autore dei versi”.
Se casualmente è un gran poeta, lascerà quattro o cinque poesie valide, circondate da insuccessi e brutte copie. Le sue opinioni personali davvero sono poco interessanti.
Che strano mondo il nostro: i poeti gli interessano ogni giorno di più, ogni volta di meno la poesia. Il poeta era la voce della tribù, colui che parla per quelli che non parlano: è diventato solo un entertainer. Le sue sbornie, le sue fornicazioni, la sua storia clinica, le sue alleanze o liti con gli altri pagliacci del circo riscuotono l’applauso di quei molti che di poesie non hanno più bisogno.
Continuo a pensare che è altra cosa la poesia: una forma d’amore che esiste solo in silenzio, in un patto segreto tra due persone, quasi sempre due sconosciuti.
Juan Ramòn Jiménez un tempo progettò di pubblicare una rivista: doveva chiamarsi “Anonimato” e pubblicare non firme ma poesie, e farsi con poesie, non con poeti.
E io vorrei, con il maestro spagnolo, che la poesia, che è collettiva, fosse anonima. A questo tendono i miei versi e le mie versioni. Lei forse riconoscerà le mie ragioni. Lei che mi ha letto e non mi conosce. Non ci vedremo mai, ma siamo amici. Se le piacquero i miei versi, che importa se sono miei, di altri o di nessuno. In realtà le poesie che ha letto sono sue: lei ne è l’autore, che le inventa leggendole (…).

foto: Heikko Bodnar-Queen 2

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