E’ stato, questo trascorso, un tempo doloroso quanto paradossalmente vivo a passarmi da parte a parte, colmo di dubbi, dove il presagio ha lasciato spazio alle domande.
Sarà per questo che ho cominciato a chiedermi cos’è, il “dove nasce” quella spinta, quel moto che ci porta a leggere, amare e scrivere poesia.
Domande che si sono susseguite fino ad incrociarsi con i versi di Irene Ester Leo e della sua opera prima: “Io innalzo fiammiferi”, Ed. LietoColle.
Qui, tra quest’energie che d’improvviso vanno a capo o rimangono a sostenersi come fossero un racconto, ho visto partorire risposte. Fin da subito, quando Irene, nel suo Omega Poetico dice: “Ho sempre solo amato, non ho mai odiato nessuno, nemmeno chi mi ha spezzato deliberatamente. Ma ho visto cose tremende che non potrei descrivere, ho visto tanta finzione voluta e senza buona fede, fino a che non mi sono imbattuta in una rivelazione”.
Cos’è infatti la poesia se non rivelazione e più precisamente rivelazione di quel che ci manca nella realtà? Vi sono infatti poeti che scrivono per ricercare la follia, altri l’attimo, altri ancora il quotidiano.

Ed Irene si dichiara palesemente nella

POSTILLA A MARGINE:
Ti verrò incontro. Sarà uno sparo netto.
Fiele argentino e ridarolo,
il petto del gatto che annuisce rotondo e cerca frottole,
la lingua di bambino sul naso,
il rossore delle percosse su un papavero morto,
Ti verrà incontro. Sarà una morte ludica.
E poi potrai dirti vivo, e poi potrai dirti vivo… oh lettore!

MA

…avendo sentito fin dalla nascita una totale disarmonia con la realtà che mi circondava, la materia
della mia ispirazione non poteva essere che quella
disarmonia.

(Eugenio Montale)

La poetica della Leo, trova uno dei suoi fondamenti nell’aratro che profonda la terra fertile, come “Una preghiera di zanzara/ sulla foglia di limone,/ si fa altalena/ nelle labbra d’arco/ verso l’alto.”(Chi crocefiggerà il sole).

E’ forza la mano di Irene, forza che dirige il verso alla dolce durezza della musicalità; ed è così che “Aspetto, aspetto la voce del sonno,/ il turbine delicato degli occhi,/ la curva sottile sulle orecchie. (…) Aspetto, aspetto l’orma del volo,/ la sveglia delle sette,/ il tic-tac mangiato da un tarlo/ del cuore,/ il diesis del tuo rumore di scarpa serena.” (Sylvana)

Irene Ester Leo si inserisce a pieno titolo fra quegli autori che hanno fatto del loro legame alla terra d’origine, un linguaggio universale, senza mai farlo scadere in retorica o semplice mancanza nostalgica.

Forte della sua fermezza esprime con decisione l’estetica della percezione in “Ricchezza”, quando dice: “Siamo latifondisti dai mezzi voli, di carne calda,/ leghiamo al calcare della terra le nostre bulbose/ verità.”.

Potrei continuare a raccontarvi del modo di far poesia della Leo, così come un innamorato lontano farebbe della sua amata.

Potrei dirvi dell’uso e dell’incisività dei suoi aggettivi; non vorrei rischiare di essere nel mio piccolo, ripetitivo. Prima di me infatti autori come Antonella Anedda nella prefazione e Giorgio Linguaglossa in recensione hanno, in maniera sublime, evidenziato la intensa grandezza di questa giovane autrice.

Preferisco quindi lasciarvi a tre sue liriche tratte da “Io innalzo fiammiferi” -Ed. LietoColle- e alla sua personale dichiarazione di poetica.
Sarete così voi, cari amici o semplici lettori ad aggiungere, se vorrete, ciò che io più o meno volontariamente ho tralasciato.

CENERE
Pelle arsa di spine
è la nostra corona.
Il tuo nome bianco senza anse,
non vedo.
Solo cenere soffio,
perché non tocchi ma sfiori appena,
come marea fervida che mi arriva ma non lava.
Qui, sulle scale, in questa finestra, in quella stanza,
ogni luogo è il tuo segno oscuro.
Sorriderti capovolta,
è flessuosa miseria
che mi arricchisce le narici,
ma mi dondola senza meta
nel cuore.

ANDARE
Le chiavi della trama, l’odore del latte corpulento di madre dismessa,
l’anello di piazza incastrato al collo.
Maschere infilate all’uncinetto
da un filo unico tra me ed il sud del Sud.
Mi batte sulla tempia lo zig-zagare dei pori a caldo,
sbuffo bieco di una zanzara a neon che si ostina
a riempire lo stomaco di un padrone istintuale.
Io innalzo fiammiferi,
tuoni di ferro
sulla scia dell’andare lontano.
Vivo solcandomi.

AMORE (PER, DI, A, DA…)
E’ difficile raccontarsi il motivo di una grande evoluzione,
della donna che partì un giorno,
aggrappandosi alla lunga scia delle dita dei piedi, tuoi,
per contare i metri del passo.
Si lasciò invadere il volto dalle tue due vite già vissute
e dalla violenta morbidezza dei tuoi neri cristalli,
così senza paure di crollo o implosione di cellue.
Si legò le estremità dei denti alle tue labbra
per impigliarsi l’aria nelle narici,
nel sangue, fin dentro il colore dello stomaco.
Nessuna assoluzione.
L’innegabile bellezza che si annida
lugubre e nera, prima del parto di due
parole o tre,
schianta il tetto
per accendersi di luna.

Salvatore Sblando

fonte: La Recherche

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