Inquietante l’immagine che accoglie in copertina. Non so quanto ‘anòmalo’ questo ‘sueño’ di Noè, che deve scontare l’integrità che lo salva con il senso di colpa verso tutti quelli che fluttuano morti nelle acque sotto di lui: “Phlebas il Fenicio…/Dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,/…/Una corrente sottomarina/Gli spolpò l’ossa in mormorii. Come affiorava e affondava/Passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza/Procedendo nel vortice./Gentile o Giudeo/ O tu che volgi la ruota e guardi sopravvento,/Considera Phlebas, che un tempo fu bello, e alto come te.”(T.S.Eliot, La terra desolata, IV. La morte per acqua). E poi le immagini sommerse ossessive del film L’elemento del tempo e ancora per acque misteriose le macerie di Stalker. Anche se in Eliot, in Lars von Trier, in Tarkovskij il senso correlato all’immagine è diverso, però la crudezza di quelle ossa spolpate, di quel richiamo a chi sopravvive sopravvento, e quel sentire accertato e accettato ormai di disfacimento, di catastrofe ineludibile della propria matrice/cultura, si sono associati con subitanea naturalezza ai pezzi umani (surreali più che subacquei) fluttuanti nell’acqua onirica del Noè di Joselito Sabogal, copertina di Maremarmo di Fernanda Ferraresso. Poi, proseguendo e leggendo dopo, si evidenzia che l’ ‘anòmalo sueño’ è il più preciso e puntuale introibo al canto (che è un rugoso, roco, gutturale noncanto)di Fernanda: “non seguendo la costa e in apnea senza lasciare un segno come il/gorgogliare del subacqueo/discendono riposando sul fondo di sabbia la loro storia non vista/sfracellandosi a volte lungo la scogliera”. Chi? Insieme a tutti i de-relitti delle carovane di fuga, dei campi di raccolta, dei moderni lager, dei campi profughi, dei barconi di clandestini, e a tutte le de-relitte stuprate, infibulate, svendute, violentate, prostituite, insieme anche tutti i sogni e i segni di plurimillenaria occidentale civiltà, di classica cultura, di europea bellezza, di illuministici valori, di utopica speranza: “la storia non più da archiviare/incappia ancora il collo di Caino/ l’io di tutti noi in quell’uno”. Colpevoli, noi che assistiamo a “questi mai dismessi giorni di raccolti corpi/vuoti dei morti.”, non ci sono attenuanti, se “il recinto/del pianeta è lo stazzo delle bestie da macello/e il profitto non ha occhi per la sorte di nessuno”. La poesia non salva, qui. Grida, arranca, sgola: poesia-rap, tutta d’un fiato, fino a restare senza fiato, fino a sgozzare la voce, stonare. Non basta, come altre volte in Fernanda, il richiamo alla lunga teoria-fatica della specie, all’origine pulita dei “primi giorni/nelle primissime ore dei primi giorni/e nelle notti che subito seguirono/un giorno dopo l’altro e da un attimo all’altro/mentre le cose nascevano/quando tutto ancora era nebbia e l’essere una primavera”, perché “per tutte le nascite l’uomo si perse/una parola dopo l’altra/pronunciando un altro mondo e/ nascondendosi nel corpo del suo ascolto”. E “dentro il mare” si “evoca il sogno/da cui siamo apparsi/il dentro di questa materia vasta/parlante sostanza che ci fiorisce e devasta/…/tra un inizio perduto e una fine che ci sperde”. “Maremarmo”, si chiama, dove “i morti scrivono/navigando fuori rotta”. Proprio come nel rap, in alcuni punti, si riprende la convulsiva autogenerazione dal suono allitterante e assonante (“apparente/parete”, “cuore amore ardore/sezionestazione di continua mercificazione/…/ stanza dell’istante stadio del mutante”), la proliferazione sincratica o telescopica della parola (“perduto sentiero raccolto siero”, ”prolifico/fico”, “senza conoscere razione altra che un praticantato di razzie”), la confusione paronomasica (“di io e dio”, “s’ incuba e s’intuba”, “la vita si avvita”), come se la voce non volesse smorzarsi, ma piuttosto ingorgarsi su se stessa, scindersi, moltiplicarsi, per non cedere al vuoto: “fino alla fine massacrata e più vera/nella veradi quel pozzo/senza fondo di voci in cui/ogni giorno si accende e poi s’impicca l’amore”.

Milena Nicolini

fonte: blog “Cartesensibili”

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