– Prima di recensire questo testo, incredibilmente denso a scanso della brevità, mi permetto di ricordare a mio modo la persona di Maria Corti, e siccome io non ho mai avuto la fortuna di conoscerla, o di sentirla al telefono (tranne una sola volta nel 1996, quando ancora non avevo pubblicato nulla, neppure in rivista), vorrei chiarire da subito che parlerò di una nostalgia composita. Perché appunto non l’ho mai conosciuta, e non potrò più conoscerla. E perché mi sembra di aver perduto, al contrario, una persona che conoscevo da sempre, e ora che non c’è più sento come un vuoto perplesso al mio interno, proprio nel punto esatto dove risiede, credo, la poesia. Avrei voluto che Maria Corti avesse il tempo di conoscermi di più come poeta, nel mio piccolo, come io la conoscevo come la grandissima intellettuale del nostro Novecento, quale era: infatti, solo sul terreno della letteratura ci si può incontrare veramente, senza maschere, con amicizia, con sincerità. Avrei voluto la sua introduzione per “Orfeo è morto” di Federica Marte. Troppo tardi. Non sarà più possibile. Ho detto a Michelangelo, appresa la notizia: “E adesso, lei ci scriverà la prefazione dal paradiso?”. Mi rimangono frammenti di racconti su di lei raccolti dalla bocca di vari amici, vecchi e giovani. Rimane a tutti la sua opera, vasta e molteplice. Non è vero che l’autore sia così distante da ciò che scrive: questo è ancora più evidente per Maria Corti. Per la sua bellezza ormai semprepresente, che ci sembrerà ogni volta di riperdere. – –

      “Se tra gli uomini prende vita qualche fortuna, ricordate che non si rivela mai senza che l’accompagni la sfortuna. Questa è la volontà di Dio dai tempi di Adamo ed Eva. Amen” (p. 15). Queste le parole conclusive di Erbonne: Il soverchiante peso del destino; un finale che somiglia, nel tono sapienziale e ineluttabile, al finale di un testo biblico, ed allo stesso tempo fornisce la chiave temporale di tutto il racconto, che alla fine si dilata a raggiungere la notte dei tempi, i primordi mitici dell’umanità. Erbonne diventa così, ma era evidente già dall’inizio, il paradigma spazio-temporale che misura il mondo intero, pur essendo un umile e appartato alpeggio, frazione del paese di San Fedele, nella valle Intelvi: “Erbonne è un paese molto piccolo oggi a fine millennio, ma di tradizione secolare, nato su quella che il catasto chiama alpe di pascolo; ciò che i nostri pastori sentono dentro di sé va tutto a finire nel paese, dove il forestiero nota una grande scarsità di sorrisi. Ritagliata in un prato in pendio, ai piedi di Erbonne, si disegna con un muro a secco che la cinge una forma perfettamente rettangolare: un minuscolo cimitero.” (p. 1). Ecco tracciato il ristretto perimetro locale – insieme luogo della vicenda narrata e vicenda narrata, o narrante, esso stesso – vasto però quanto una storia universale. Questo microcosmo naturale, dove natura e uomo sono ancora tutt’uno – come in una sorta di condizione edenica in terra –, contiene in sé un terribile segreto che è anche una necessità, rivelati, questi, proprio dalla lettura delle lapidi cimiteriali che ne compie un giorno il nuovo parroco di San Fedele, don Gervasio: gli abitanti del paese si dividono in due soli cognomi, Cereghetti, di origine svizzera, e Puricelli, di origine italiana; ne deriva un inevitabile apparentamento incestuoso tra gli stessi, con tutte le conseguenze anche morali, che il prete, voce della religione corrente, diluisce in un non chiaro disegno della Provvidenza, atto a sospendere il suo giudizio. Incesto che potrebbe essere, apparentemente, la vera causa della prematura ed oscura morte del giovane protagonista, Adriano, e della sua innamorata, nonché cugina, Lena: proprio in quanto la consanguineità parrebbe essere la ragione della costitutiva debolezza fisica dei due ragazzi, soggetti a malattia mortale. Ma la realtà è anche un’altra, e viene a galla man mano, esattamente come il lavoro scientifico degli archeologi, giunti un giorno al paese, riporta a galla i reperti delle varie epoche storiche primitive stratificatesi ad Erbonne – quando in realtà, e più semplicemente rispetto al fattore scientifico, la saggezza innata degli stessi pastori faceva loro rappresentare da sempre il mondo e la sua storia come una serie di strati di cipolla “magari rocciosi” (p. 8). Ciò che porta Adriano alla morte è l’Arte, opposta totalmente alla Natura di Erbonne; eppure, anche in questo apparente tradimento – come del resto quello perpetrato dalla Scienza/Storia–, egli (che si sente, man mano che prosegue lo studio della musica sull’organo del paese, fino a diventare famoso in tutta la valle, sempre più estraneo alla sua gente, fuorché a Lena) non sfugge allo stesso destino degli abitanti di Erbonne: l’incesto e la morte. Lo scavo che porta gli archeologi a riportare alla luce l’antico muro a secco celtico diventa metafora dello scavo che il ragazzo compie in se stesso mediante l’arte: entrambe i tragitti portano al solo e unico luogo, che era evidente fin dall’inizio, mondo parallelo al luogo dei vivi: il muro a secco che delimita appunto il piccolo cimitero, luogo dei morti sempre presenti. Si coglie in questo una grande allegoria del cammino umano, che, qualunque esso sia, e anche quando sembra sbagliato, porta comunque allo stesso luogo comune, inevitabile e ineludibile. Viene dunque a svelarsi la frase finale, citata qui in esergo, e insieme risaltano i suoi molteplici sensi: l’impotenza dell’Arte rispetto alla Natura e alla Morte, ma anche la fermezza di Amore rispetto ad entrambe, nonché il collegamento negativo tra Amore ed Arte. Tutto questo compone il mosaico del destino dell’uomo, di cui il racconto Erbonne rappresenta, crediamo, una tessera preziosa.

Giovanna Frene

fonte: archivio LietoColle

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