Non è facile scrivere d’amore senza cadere in luoghi comuni, triti stereotipi, pericolose banalità. Ancora più difficile è riuscire a comporre un canzoniere mettendo a nudo i propri sentimenti, raccontando un rapporto che ha coinvolto totalmente la carne e lo spirito, vissuto e fissato sulla pagina giorno dopo giorno, rispondendo all’urgenza di “materializzare” nella parola sensazioni, emozioni, sentimenti, non importa se tristi o felici; ciò che più conta è quell’ineffabile alchimia che lega due corpi e due anime in uno stato di “tormento ed estasi” che forse solo la poesia riesce ad esprimere in tutta la sua intensità. Questo nuovo libro di Donatella Bisutti può essere letto come un canzoniere, come un romanzo d’amore, in fondo non c’è differenza. E’ la storia personale di un sentimento intimo e profondo vissuto da una donna, poetessa e scrittrice, che nella forza, nella compressione della parola poetica diventa la storia di ogni donna innamorata, come esprimono con forza questi versi “Vorrei essere per te per te tutte le donne/ma anche essere me stessa fino in fondo/là dove tutte le donne sono una”. L’amore è stato declinato dall’autrice nei suoi mutevoli e contraddittori aspetti: “E’ il solito / dilemma dell’amore/ della sua intermittenza, della sua/ felice-infelice fedeltà”, è il desiderio che rifiuta ogni logica, alla ricerca di qualcosa di impossibile, non conosce stabilità e sicurezza, ciò che invece vogliamo dall’amore; è l’Eros inteso come sorgente di vita e la vita come “riproduzione dell’armonia cosmica”[1] , rivissuta ogni volta nell’amplesso come emerge dai versi sensuali e potenti di Notte di Fantasmi: “Io era la polpa del frutto/ che tu succhiavi e succhiavi/ e fuori la luna girava sul mondo/ fuori le stelle giravano e cadevano nel mio grembo e nel tuo grembo/ mentre anch’io ti succhiavo come gli insetti nei piccoli calici bianchi”. E’ l’amore colto nelle mille sfumature dei comportamenti e delle “parti” che ogni giorno inevitabilmente gli innamorati recitano nel teatro della vita: “Tu volevi ingannarmi./Io volevo farmi ingannare”. Raccontarsi senza infingimenti o falsi pudori, è forse un modo, da parte dell’autrice, di esternare e in un certo senso controllare le fibrillazioni continue del cuore, i mutevoli stati d’animo dell’anima, il dramma di una storia vissuta con tutta se stessa, nel desiderio , o forse nell’illusione che mentre la si vive si possa davvero raggiungere la felicità : “ Non sono più disposta/a rinunciare alla felicità/ la voglio, capisci, /almeno una volta nella vita”. Il partner è così l’ “altro da sé” a cui finalmente concedersi totalmente, aprirsi senza più timori, lasciandosi attraversare dalle contraddizioni, dalle debolezze, dalle incomprensioni che ogni rapporto a due inevitabilmente comporta , nella ragionevole illusione che perdersi nell’altro è in fondo ritrovare noi stessi in qualche modo cambiati dall’alterità. Amore è così annientarsi e ritornare alla vita sempre diversi, come ogni innamorata o innamorato si annulla nell’altro e nell’altro poi si illude di rinascere. C’è un fondo di ironia in alcune di queste poesie, tanto più amara quando lascia trapelare il dolore di un distacco momentaneo, destinato a diventare definitivo : “Accidenti, non ne posso più di non vederti./Sbrigati a guarire, se no ingrasso./Per il nervoso mangio/tutto il giorno”; c’è lo strazio per l’impossibilità di raggiungere una completa e reciproca comprensione, la perfetta sintonia del groviglio di sensazioni ed emozioni che accompagnano le cose dell’amore, la consapevolezza, infine,che anche in due si è pur sempre soli con se stessi: “L’amore ha questo di orribile/non si può mai essere due né uno” . Dietro al sorriso forzato, si nasconde sempre una smorfia di dolore, perché nella commedia dell’amore, nel suo iniziare, svolgersi e concludersi, c’è sempre un fondo di inesprimibile tragedia.

Laura Garavaglia

[1] Le cose dell’amore (pag.34), U. Galimberti, Feltrinelli, 2004

fonte: Redazionale

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