fonte: archivio LietoColle

Dire Whitman è come dire Dante, Omero.

Whitman è un mondo, un universo. E tutto ciò non è ancora finito: continua e deve ancora iniziare. Whitman è un direzione, una tensione, una visione, uno stile, una filosofia di vita. La sua biografia è semplice e priva di grandi vicende: è prima di tutto il suo mondo intellettuale, spirituale e poetico. E’ tutta il canto epico, lirico, elegiaco, cosmico di Foglie d’erba, il suo unico, vasto lavoro, il suo capolavoro, una pietra miliare nella storia della poesia di tutti i tempi.

Nasce a Long Island, New York, nel 1819 da una famiglia di origine olandese e americana, e di condizione modesta. Giovanissimo, a undici anni, abbandona gli studi per lavorare in una stamperia come apprendista tipografo. A diciannove anni si mette ad insegnare per subito passare al giornalismo e nel 1841 è già direttore del “Daily Eagle” di Brooklyn; frequenta pittori e cantanti d’opera (la musica lirica è una passione ricorrente nelle sue poesie) e pubblica i primi versi. Nel 1848 in seguito a divergenze politiche lascia il giornalismo per fare il carpentiere come il padre. Nel 1855 compone lui stesso a mano in tipografia i primi dodici canti che costituiscono la prima delle dieci edizioni di Foglie d’erba (Leaves of grass), progressivamente accresciute nel corso degli anni. Questo libro che rivoluziona la poesia e la letteratura americana non viene, però, capito e riconosciuto nella sua profonda novità. Solo il pensatore trascendentalista R.W.Emerson gli scrive una lettera entusiasta. Whitman è il vero e primo bardo dell’epopea americana, il cantore d’una nascente civiltà, il poeta nazionale degli States e del nuovo continente, del progresso, della modernità in tutte le sue forme, della Democrazia, della fratellanza universale, poeta d’una sensibilità panteistica, ecumenica e cosmopolita. Non solo nei contenuti è innovativo (nell’America puritana non teme di cantare la corporeità, anche maschile con il rischio di essere sospettato di omosessualità), ma anche nello stile: usa versi intensi, lunghi, di respiro e tono biblici, fortemente esclamativi, evocativi e invocativi, ricchi di anafore, elenchi, parallelismi. Versi di una incontenibile vitalità. Ne risulta così un libro eterogeneo dove ai fatti storici s’affiancano situazioni di vita quotidiana, campestre e cittadina (le folle delle metropoli, i lavoratori, le prime macchine, gli utensili…), personaggi dal più umile e derelitto fino al più nobile e famoso, paesaggi di tutte le latitudini e geografie (eppure Whitman non ha viaggiato molto). L’Uomo, con le sue creazioni e costruzioni, e la natura (addomesticata, ma più spesso selvaggia) sono al centro della sua attenzione.

Un’esperienza forte e di profonda solidarietà umana è la partecipazione di Whitman alla Guerra di Secessione come infermiere (i versi ispirati alla guerra civile costituiranno la silloge/sezioneRulli di tamburo). Famosa è rimasta la sua commemorazione della morte del presidente Lincoln ucciso pochi giorni dopo la fine della guerra da un attentatore sudista. Nonostante il successo che la sua poesia ottiene in Europa, Whitman è costretto a lasciare il proprio impiego al ministero degli interni a causa dello scandalo suscitato dal linguaggio e dalle metafore sessuali di alcune sue poesie (in primis la raccolta Calamus). Continua ugualmente, però ad avere impieghi governativi a Washington, ma nel 1873 , colpito da un ictus, morta la madre, si ritira a Camden, nel New Jersey presso un fratello, dove, ancora lucidissimo, continua a scrivere soprattutto di prosa (Giorni esemplari).

A Camden gli si riunisce attorno un gruppo di allievi e discepoli, la “Whitman Fellowship” (la “Compagnia di Whitman”). Whitman, che scrive fino all’ultimo, muore nel marzo 1992. La sua eredità è notevole: poeta dell’individuo, dell’ego, ma anche della collettività, di una Democrazia che non è solo quella storica dell’America di Washington o Lincoln, ma soprattutto è un’attesa, un sogno, un’utopia, una visione ideale e morale; poeta della città, ma pure di una natura sentita panteisticamente come presenza divina, raggiunge spesso una percezione mistica delle cose e della realtà intuendo la coincidentia oppositorum, l’identità tra vita e morte, la sublimità di ogni cosa, la pienezza dell’attimo fuggente. Così tutto ciò che canta può diventare simbolo e caricarsi d’un’energia spirituale che trascende la realtà.

Una numerosa famiglia di poeti ha tenuto presente la lezione di Whitman; ecco solo alcuni nomi: D’Annunzio, Claudel, Campana, Pound, Dario, Cendrars, Pavese, Ginsberg, Borges e tra i contemporanei Giuseppe Conte e Roberto Mussapi.

Whitman con il suo entusiasmo può dare fastidio, può sembrare retorico e noioso come un predicatore. Per chi si lascia conquistare dalla sua fluviale eloquenza e dal suo mistico entusiasmo Whitman è molto più che un mito. In una poesia Whitman si domanda che senso possa avere l’esistenza con tutti i suoi fastidi e le sue terribili contraddizioni («Che v’è/di buono in tutto questo, o Vita, ahimè ?») e subito dopo lui stesso si risponde, ma come se la risposta venisse dall’esterno, come un deus ex machina: «Che tu sei qui – che esistono la vita e l’individuo,/che il potente spettacolo continua, e che tu puoi contribuirvi con un tuo verso.». Un poeta così è un maestro.

Luigi Picchi