Adorno disse che dopo Auschwitz non si può più far poesia. Il giovane e coraggioso Michele Montorfano, nell’ opera prima Mnemosyne (la dea della memoria), ci prova. E narra gli orrori delle torture; del male assoluto, fin dalla prima sezione “Camera dei prolegomeni. Arbeit macht frei” (La scritta “Il lavoro rende liberi” era all’ingresso di Auschwitz, Dachau e altri campi nazisti). I corpi vessati, squartati, descritti in ogni raccapricciante dettaglio, sono stati una realtà nei lager. A Buehenwald, ricorda l’autore, Hans Eisle vivisezionava, Bruno Weber faceva trasfusioni di sangue diverso e studiava la morte delle cavie umane. Hans Wilhelm KÒnig sottoponeva a elettroshock le donne, Gebhardt tagliava muscoli, nervi ed ossa. E ancora. Innesti di ossa tra sorelle. A Dachau, in una camera di decompressione, si valutavano le reazioni fino alla morte a quote da dodicimila a trentaduemila metri. Ancora a Dachau si osservarono i tempi della morte per congelamento. Josef Mengele sperimentava sui gemelli e sugli occhi per variare il colore dell’iride. In una poesia che di tutto questo non risparmia nulla al lettore, e che il prefatore Mario Santagostini definisce «violenza assoluta, impersonale, astratta, fuori dal tempo» con ola ricorrente terza persona singolare» che in grammatica mette un segnale di distanza ed è forse «una scelta obbligata e il distacco la sola mossa possibile quando si sta di fronte a un orrore immotivato, purissimo, insopportabile». Con una tensione al «monolinguismo», a un «poliglottismo minimale» (da Contini) e una «quota assai bassa di letterarietà e di ricercatezza» (benché vengano citati, in ordine di comparsa, Sergio Givone, Ovidio, Alessandro Ceni, al-Niffari, Yves Bonnefoy, Paul Celan, in poesie scritte tra il 2009 e il 2012). La terza sezione è su “Lilith’, demone femminile di antiche religioni, portatrice di malattia e morte. È come se Montorfano avesse dato voce anche ai peggiori incubi, ma elementi di tenerezza e di preghiera non sono assenti: «Tra le pile, due corpi. / Bocche vicine / “Non ti lascerò mai. Mai”». «Sentire (…) / sette volte la pietà gocciolare come i ceri. (…) // E poi . scendere sotto le coperte / fare il segno della croce, I stringere le mani in quel foro della mente / dove la voce è un segnalibro / e quelle lacrime, quegli orrori stanchi / quel sentimento di universale compresenza». Supponiamo che, se si dedicherà in futuro ad altri temi, magari sempre di poesia civile, potrà crescere anche nel lirismo, Montorfano: «Ma come fai ad amare? A donare ancora tutto di te stessa?». E, benché giovane, ha sapienza umana: i distrutti, scrive, sono le madri degli aguzzini. E ancora: «Io – dice – scrivo i nomi degli orchi accanto a quelli dei santi». Non c’è molto da aggiungere. Onore al coraggio di un giovane che nell’opera prima ha aspirato a tanto, anche se leggerlo è soffrire un minimo di quel che altri, enormemente, soffrirono. Michele Montorfano è nato a Como nel 1976 e vive a Milano. Ha studiato cinema, pedagogia, filosofia. Ha pubblicato su riviste ed è stato finalista al Premio Cetonaverde 2011.

Pierangela Rossi

fonte: Avvenire del 18 marzo 2014

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