Poiché non vollero che fossi giovane, lo diventai.
Poiché dovevo impegnarmi ad essere sofferente,
mi apparecchiai gioie e piaceri.
Poiché la loro maggiore preoccupazione era
mettermi di cattivo umore,
trovai il modo di fargli capire
che non potevano essere più graditi di così.
Poiché mi instillarono paure e pignolerie,
il coraggio rideva ed esultava intorno a me.
Proprio perché fui piantato in asso,
imparai a dimenticarmi di me,
e mi lasciai andare ad effimeri entusiasmi.
Tanto dissipai, eppure ero consapevole
che ogni perdita è una vittoria,
e nessuno può ritrovare niente se prima
non l’ha smarrito, e rincontrare ciò che si è perso
è una conquista più sublime di un possesso ininterrotto.
E mentre nessuno si interessava a me,
fui io a fare la mia conoscenza
e divenni medico garbato e comprensivo di me stesso.
Poiché nella vita ebbi degli avversari,
attrassi anche degli amici,
e gli amici caddero e perfino i nemici abbandonarono
la loro inimicizia, e Sfortuna è il nome dell’albero
su cui crescono gli splendidi frutti della felicità.
Ciascuno porta con sé in tutte le cose
il proprio percorso di vita: le peculiarità
che la nascita, le condizioni familiari e l’istruzione gli hanno dato; e ha bisogno di essere salvato
solo chi non riesce a fortificarsi mediante l’orgoglio.
Chi è in accordo con se stesso non ha necessità
di alcun aiuto, a meno che non gli capiti un incidente
da doverlo trasportare all’ospedale.

foto: Alessio Federico & Barbara Pichiecchio-Bodypaint 3

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