Solo dieci liriche, poco più di 90 versi, compongono Vicini, l’ultima raccolta di Walter Cremonte, il cui tratto distintivo è l’essenzialità, frutto di una sapiente distillazione formale e tematica: «c’è solo ciò che serve, nient’altro, non una sillaba di troppo» (S. Pasquandrea).

Walter muove dalla quieta e minuta osservazione di luoghi, animali, alberi che si legano a ricordi o a piccole esperienze della quotidianità, come nella lirica d’apertura in cui l’orto è il luogo dove si vede scorrere la vita di ogni giorno e che fa credere che la fortuna sia quella di avere dei vicini, nella prospettiva di una solidarietà capace di allontanarci per un poco dal niente, di proteggerci dagli abbandoni o dal tormento dei ricordi che segnano la nostra vita; una solidarietà ribadita fin dall’esergo tratto da L’Ecclesiaste: C’è chi dice che due stanno meglio di uno. Forse è lo stesso orto della poesia Amore contenuta nella raccolta “Anniversario” che recita così cara la vista al nostro cuore / dell’orto del vicino […] quando gli accadimenti, gli eventi, il nemico / sonnecchiano un poco.

Vicini è un libriccino «vegetale-memoriale», come si dice nella breve nota introduttiva; alcune liriche si ispirano, infatti, a un olivo, un cane, un uccellino, a dei castagni, a dei faggi con la calma e pacata osservazione di una realtà minuta in cui animali e alberi sono colti in quell’intimo e peculiare aspetto che si lega alle proprie memorie o al tema della finitezza o, ancora, a quello della sopraffazione che sembra dominare impietosamente anche i rapporti tra uomo e natura. E l’Autore è dalla parte giusta, quella di un olivo  con le foglie un po’ più secche / meno mosse dal vento o quella di un albero spoglio, / schietto colto sullo sfondo di un cielo di latta.  Nei versi il proprio vissuto, accennato con discrezione, si mescola a un rammarico composto  e contenuto, venato solo a tratti da una rabbia sfumata, per chi nasce per sopraffare e chi, splendido, vive per soddisfare la fame degli altri: diventeranno splendidi castagni / e poi legna da ardere // Nel frattempo quelle belle castagne se le saranno mangiate i cinghiali / o gli umani. Con tutto il loro comodo. / (Perché non mi sta bene?).

In questa dimensione «vegetale-memoriale» fatta di piccole cose e, al tempo stesso, di insanabili cicatrici, si possono cogliere squarci di un’effimera gioia, come nella lirica L’uccellino, o una tregua alla disarmonia che ci circonda, come nella poesia Cose.

La scrittura poetica di Walter si caratterizza per la semplicità del lessico, per la pacatezza dei toni, anche quando il dolore sale a chiudere la gola o l’indignazione per l’ingiustizia si fa manifesta. Le liriche si chiudono a volte in un borbottio, quasi per interrogarsi sul senso profondo di un’ingiustizia o per confermare un pensiero accennato, un’idea.

Come in altre raccolte, in perfetta continuità con la voce narrante, si colgono citazioni; ciò fa pensare alla poesia come a un canto corale a più voci, richiamate per confermarsi o soltanto per il perfetto nitore rappresentativo di versi e aggettivi. Ed ecco negli ulivi che fanno santi i clivi il rinvio a “La sera fiesolana” di D’Annunzio, e i castagni con la baldanza della loro / giovinezza  non mancano di ricordare i cipressi di Carducci, quasi in corsa giganti giovinetti.  E gli alberi di “A coloro che verranno” di Brecht sono nella chiusa della lirica Faggi: Io lì che mi ripeto / parlare d’alberi non è un delitto. Ma c’è anche Charlie Parker: lui, chiamato “Bird”, prima di ogni esecuzione, ripeteva: «Ora si comincia a volare» e la gioia effimera del canto di un piccolo uccellino lo ricorda, prima che tutto ricada / nel niente da dove è venuto.

La raccolta contiene anche dieci immagini del fotografo Cosimo IV° Mancioli che «stanno sulla parola del Cremonte ma, nello stesso istante, “oltre la parola”, consentendo di vedere ciò che la parola non raggiunge.» (Introduzione). Lo stesso titolo per tutte le dieci foto, These dreams, con il numero progressivo, colloca le immagini in una dimensione onirica. Sono fotografie di alberi o di volti, spesso mosse e sfumate, lontane da una rappresentazione calligrafica e compiaciuta, quasi per cercare un “oltre”, per cogliere attraverso l’apparente errore della rappresentazione una smagliatura, una fessura che riveli l’inconosciuto, che faccia luce su ciò che si nasconde, in un composto equilibrio tra luci e ombre, accompagnando con un linguaggio denso ed efficace il percorso poetico di Walter Cremonte.

Ombretta Ciurnelli

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