Fluisce fra me e te nel subacqueo un chiarore
che deforma, che deforma ogni passata
esperienza e la distorce in un fraseggiare mobile,
distorto, inesperto, espertissimo linguaggio
dell’adolescenza. Difficilissima lingua del povero,
rovente muro del solitario. Strappanti intenti
cannibaleschi, oh la serie delle divisioni
fuori del tempo! Dissipa tu, se vuoi, questa debole
vita che non si lagna. Che ci resta. Dissipa
tu il pudore della mia verginità; dissipa tu
la resa del corpo al nemico. Dissipa la mia effige,
dissipa il remo che batte sul ramo in disparte.
Dissipa tu, se vuoi, questa dissipata vita, dissipa
tu le mie cangianti ragioni, dissipa il numero
troppo elevato di richieste che mi agonizzano:
dissipa l’orrore, sposta l’orrore al bene. Dissipa
tu, se vuoi, questa debole vita che si lagna,
ma io non ti trovo e non so dissiparmi. Dissipa
tu, se puoi, se sai, se ne hai il tempo
e la voglia, se è il caso, se è possibile,
se non debolmente ti lagni, questa mia vita che
non si lagna. Dissipa tu la montagna che mi impedisce
di vederti o di avanzare; nulla si può più dissipare
che già non sia sfiaccato. Dissipa tu,
se vuoi, questa mia debole vita che si incanta
ad ogni passaggio di debole bellezza; dissipa tu,
se vuoi, questo mio incantarsi; dissipa tu,
se vuoi, la mia eterna ricerca del bello
e del buono e dei parassiti. Dissipa tu, se puoi,
la mia fanciullaggine; dissipa tu, se vuoi,
o puoi, il mio incanto di te, che non è finito:
il mio sogno di te che devi per forza assecondare,
per diminuire.

foto: Patrick Odorizzi-Take off

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