“Per quanto tu cammini, i confini dell’anima non li puoi trovare”, diceva Eraclito.
La poesia, invece, è proprio i confini dell’anima che cerca di scoprire, mediante il mito che alla religione spesso si sostituisce, per accedere a spazi di solitudine ellenica in grado di riaffermare valori e significanze. Essa è attraversata dal filo sottile della nostalgia che assume valenze di inquietudini e di armonie insieme, nell’istante che si fa segno, parola, vibrazione.

Passato e presente, stupore e sogno, realtà e intuizione rapida che apre un dialogo tra parole e mistero. Ponte tra l’isola dell’esilio e la terra solare di altro tempo, vivo tra le pieghe più intime dell’essere. Sotto le arcate, lo stretto delle contese, delle disarmonie, degli indugi in prossimità di luoghi dove il sentimento e l’amore affogano in acque senza vita.

La poesia è un canto orfico che valica i confini asfittici del “Sé”, dove il non-senso del suo agire è una costante. È conchiglia che svela il movimento eterno del tempo, Ourubõrus che divora se stesso per poi rigenerarsi, incessantemente, secondo la teoria del Tempio Ciclico.

Partenze e ritorni, flusso e riflusso di acque primordiali, nel regno dei Morti Giovani, cioè degli Eroi che si sono immolati per ritornare a nuova vita, quella perenne che cangia e si traduce in Energia dinamica. La poesia e l’Eros che muta la guerra in pace, perché, come afferma l’Autore di ECCE HOMO, “il corpo è guerra e pace, gregge e pastore”.
Nell’ansia di vivere l’uomo brucia energie e risorse, la coscienza sopita, non più in grado di segnalare seduzioni, ipocrisie, orrori multi-dimensionali.

Non assume le dimensioni della storia che attraversa, ma il volto dell’uomo che scrive la storia, la penna “intinta nel suo sangue”, come scrive Adriano Petta, nel suo romanzo storico La Via del Sole.

La poesia è luce diffusa sui pianori distesi dell’anima, intreccio tra fede e filosofia. L’essere, posto all’interno dello scorrere del tempo, inizia la sua liturgia esoterica e narra le stagioni del suo vivere, in tensione costante verso l’universale e intima struttura, verso i dolori compositi e gli orrori della vita. L’amore e la Pietas sono elementi lenitivi dove confluiscono la Parola che traduce un Destino e il Fato che si fa inno cosmico per ricomporre il binomio Poesia-Spirito. Si fa metafora che placa l’attimo disperante, l’urlo della risacca nei giorni del cuore, dove ciò che scorre è sangue e dolore.

La poesia è mito che aggira trappole d’agonia, deserti di allucinazioni per l’arsura dell’uomo. È zattera che porta oltre il punto di collisione con la non-esistenza, dove si consumano tragedie di inimmaginabili dimensioni, ignominie per esprimere le quali  ogni parola è riduttiva.
La memoria e l’intuizione poetica: canto e nenia d’altri tempi, nei luoghi della sacralità che protegge l’uomo autentico, accucciato sui gradoni della sua angoscia.
Nel verso d’ogni tempo c’è la cellula di tutte le lacerazioni, che danno al cuore sistole e diastole d’altro tipo: espansi sogni di cieli nuovi e contratture di nostalgie che spingono ai ritorni. C’è una connotazione mediterranea nell’ansia che modula partenze e ritorni, sconfitte e rinascite interiori.

Su questi dinamismi sono presenti la tragedia e la maschera, il teatro e gli attori, la realtà e il sogno, rappresentazioni che ci precedono e ci additano arenili d’abbandono.

L’uomo, incostante e vulnerabile, è bimbo che nuota sulla scia di un cigno bianco e guerriero provato e stanco che ha bisogno di funi per eludere intrighi e seduzioni.

In realtà tutto il percorso poetico si ridefinisce nel tema della solitudine che diviene consapevole rapporto con lo spazio che ci contiene e che al simbolo affida la sintesi tra parola e pensiero, lungo gli argini della memoria che ci restituisce tutto il perduto: la casa antica, gli affetti, la giovinezza del cuore, la coscienza di vivere ancora una stagione motivante.
La poesia è il mito della Grecia arcaica, definita “l’infanzia del mondo”. È attesa di “altro” e testimonianza d’un tempo archetipale che vive dentro di noi e si perpetua all’infinito.
Nelle anse del labirinto è maschera tragica sul volto dell’aedo, vecchio e privo di vista, che canta le sventure di popoli ed eroi, decretate dalla follia di quanti sono affetti da altre forme di cecità.

Il primato della poesia non spetta alla simulazione. E podio d’altura dove agevole diventa la profezia, con un unico referente: l’appartenenza del pensiero a proposizioni normative che lo posizionano in ambito metafisico, percepito come norma di individualità e assoluta libertà.
È segno di trascendenza, la poesia, vittoria alata col nome di Nike che assicura la salvezza di ogni individuo, al di là di quella escatologica, insita nei canoni religiosi.
Ed è mare umiliato, a volte, entro confini angusti, un sogno di eternità in ogni suo moto, pianto che si fa vapore e preghiera, progetto di lavacri futuri.

La centralità del linguaggio poetico è nello stile che assume l’atto creativo, nel ritmo che si fa pausa e scorrimento fluido, impeto spontaneo che traduce l’immediatezza del fattore che ispira, con emozioni e turbamenti. Un punto di frattura col classico col crepuscolare o ermetico per giungere al respiro dilatato di Pavese: “Verrà la morte ed avrà i tuoi occhi”.
Espropriata e reinserita nel tessuto di appartenenza, l’anima si abbandona su posture dorsali, il mare adirato nel grande frullatore dei suoi abissi, per dominare l’attimo esautorato dal lungo patire.

L’attimo poetico segna il trionfo della Vita sulla Morte. È il codificatore di codici antichi che celano la nostra identità di nomadi dello spirito. È rievocazione di eventi primordiali che hanno seguito il cammino dell’uomo, lungo l’asse della sua costante evoluzione.
È il luogo dell’anima inquieta che “solo in Dio troverà pace”, secondo Sant’Agostino.
Simposio magico con l’eterno che ci sfiora e ci trascende, si fa ala sui ruderi dell’esistenza, pura forma inconciliabile col principio di immanenza, alla quale riconoscere il suo profilo reale da non confondere con quello che vorremmo che avesse. La poesia è musica immortale, nota ancillare a supporto del pensiero che interpreta la commedia della vita, i suoi drammi, le sue tragedie.

“La poesia è permanente posizione di vita e il suo futuro si consuma nell’aspettazione di una verità.” (Carlo Bo)

Tra le righe di Ungaretti: “La poesia è poesia quando porta con sé un segreto. Tutto deve finire col combinare e col dare la sensazione che si è espressa, anche se mai completamente. La parola è impotente. Mai riuscirà a dare il segreto che è dentro di noi.”

fonte: archivio LietoColle