Noi diamo agli altri sempre una parte di noi stessi anche quando ci sforziamo in ogni modo di dare tutto, di andare oltre. Anche nell’amore più vivo, più infiammato, rimane qualcosa in noi che non ci lascia, che non prende la via dell’altro. E così fanno anche gli altri con noi. Ci accolgono, ci sorridono, ci fanno grandi promesse, ma poi tramonta il sole, arriva la notte, poi c’è il giorno dopo. Sono anni che penso alla macchina di demolizione che è il giorno dopo. Fai un incontro con tante persone: si parla di politica, di letteratura, si parla con calore, pare che tutti vogliano iniziare una vita nuova, pare che abbiamo trovato una casa per tutti e per tutto. E invece niente. Il giorno dopo cadono i ferri dalle mani, l’intreccio è perduto, il filo spezzato. Accade così anche negli incontri d’amore: ogni volta proviamo a raccontare il nostro guasto per intero, proviamo a raccontare il nostro naufragio senza fine. Sembra che veniamo accolti, ma qualcuno vuole asciugarci un braccio, qualcun’altro vuole asciugarci un piede. Quello che non pare possibile tra esseri umani è essere presi interamente. Solo la morte ci prende interamente, non scarta niente di noi. Se mi butto dal balcone, la morte si prende il mio corpo, si prende le mie storie, le mie paure, i miei desideri. La morte non sceglie, non dice che ha altro da fare, è sempre a nostra disposizione, non è mai distratta. Ci accoglie, non ci dice che è troppo presto o troppo tardi, la morte non ha mai altri impegni, non è mai disinvolta. La morte è con noi se vogliamo. Forse arriva un momento della nostra vita in cui dobbiamo veramente arrenderci, rassegnarci.
In me c’è un sogno, uno solo: è il sogno di incontrare una persona con cui è possibile sfasciarci assieme. Il mio è il sogno di un amore disumano. Non è questione di fedeltà, di assiduità, di coerenza. Non è neppure questione di rispetto, di attenzione per l’altro. Io continuo ad avanzare, a proporre il mio sogno. So che è incomprensibile. Ognuno di noi è incomprensibile, intraducibile. Comincio a pensare che le relazioni sociali e intime alla fine si reggano proprio grazie al fatto che noi non entriamo mai davvero in gioco. Quando questo accade, quando ci spingiamo veramente fuori, ci accorgiamo che nessuno ci vuole, che nessuno sa che farsene di noi. Il mondo è indisponibile e gli altri non ci sono. Noi siamo indisponibili e non ci siamo. Bisogna farsene una ragione. Dio, le poesie, i palazzi, tutto quello che c’è in giro e nella nostra testa è la prova che non c’è niente da fare, che possiamo solo fare qualche smorfia, qualche prova a cui crediamo sempre meno. La novità di quest’epoca è proprio il fatto che la forma umana mostra di non reggere.

foto: Monica Stuurop-Her guardian

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