Collo di donna che emergi dal mare, e porti coralli di capelli e occhi di fondale

E pelle levigata dalle maree in un viso lieve, che ha visto balene e squali ballare

E pesci azzurri nelle notti più buie e sole, di uomini

Profumi di incensi dispersi in acque di fiabe dimenticate

E di fiori mai visti in superficie

Porti una collana di perle nere, di fiume

E rosa e bianche di oceano

A dimenticare conchiglie vuote e rotte

Su cui hai camminato, scivolando.

Insegnami il tuo canto struggente alla vita di terra.


 


Il femminile è al centro del canto di Barbarah Guglielmana “Collo di donna che emergi dal mare”, poesia custodita nel prezioso libricino curato dall’editore Gattili ed edito nel luglio 2013 in edizione limitata. Le parole della poetessa sono canto struggente, evocazione di un sentire femminile sintonizzato con il movimento delle maree e con l’oscurità dei fondali più che con la luce rassicurante della terraferma. I versi puliti e cadenzati raccontano, senza retorica e con una propria coerenza stilistica, il mistero della potenza del femminile come forza originaria, radicata nei recessi del corpo di donna. Il femminile è per Gugliemana forza indomabile, legata ad una istintualità originaria e dimenticata. E’ movimento acquatico, mutamento, fluidità. Liquido amniotico. Appartiene per sua natura all’acqua. L’acqua è ciò che sta sotto, quasi sorregge, la terra. C’è un mondo caotico ed in divenire nel cuore stesso del mondo. Un magma incandescente, in mutamento, nella fissità rocciosa dell’universo. E’ il caos dell’origine in cui si celano i segreti del mondo. Il mistero di un corpo di donna che è alla origine della vita. A questo mistero le parole della poetessa si sintonizzano in una visione: il collo di una donna emerge dal mare ne fa affiorare il “viso lieve” e la “pelle levigata dalle maree”. E’ un essere femminile senza tempo, estraneo al mondo abitato degli uomini. Depositario di una sapere ormai sconosciuto che dice di “fiabe dimenticate”. Il femminile emerge come una potenza estranea ed estraniante. Quasi inumana. “Porti una collana di perle nere, di fiume/E rosa e bianche di oceano/A dimenticare conchiglie vuote e rotte/Su cui hai camminato, scivolando”. Creatura che viene da lontano perché appartiene all’acqua e all’acqua irrimediabilmente ritorna. Non ha polmoni per respirare e le sue gambe sono troppo fragili per camminare. La sua è una visione che presto scompare. Il femminile dice di una appartenenza che è nel contempo separazione. La sua potenza è attraversata da questa scissione. Il corpo di donna è liquido amniotico che dà la vita solo a patto della recisione del cordone ombelicale. Le parole riflettono il senso profondo di questa mancanza, sono attraversate da questa scissione. Non si può portare nell’aria ciò che per sua natura appartiene all’acqua. Sarebbe una violazione, un tradimento. L’uscita dal grembo uterino comporta una perdita radicale della vita amniotica. La forza notturna del femminile rimane potenza estraniante destinata a darsi solo nella transitorietà della visione. “Insegnami il tuo canto struggente alla vita della terra”, è l’invocazione ultima con cui si conclude la poesia. L’estremo tentativo di cogliere l’eco di un suono che i versi limpidi di Guglielmana ci restituisco.

Antonella Fimiani