Cominciò con il primo foglietto enigmatico.
Gli importi da miseria, i tassi, lordo, defalca, storno,
le sommatorie, le trattenute cifrate, trattieni
qui un tempo che ti appartiene,
mi dicevo, quando rubavo
al supermercato o alla Upim.
Il foglietto m’iniziò al rito delle equivalenze,
pietanza quotidiana di molti salariati.
Improvvisamente ogni spesa imprigionava fatica
in ore e minuti di vita.
Un pacchetto di sigarette parlava di cinquanta
lunghissimi minuti,
un cinema azzerava oltre due ore.
Mi passò la voglia di tutto,
perché niente era all’altezza
di me, e del mio tempo.
In banca ritiravo solo la mia mostruosa assenza
di valore, e vedevo amici con introiti vasti
smarrire il sentimento di un acquisto, vomitare
soldi morti, vuoti di ore.

Adesso è tutto finito, mi sono abituato.
Non ne sono uscito, mi sono addentrato piuttosto,
ma non ho smesso il taccheggio.
Ho accettato che il mio salario non sia corrispettivo
di una qualità, ma misura del disprezzo
del lavoro vivo e mero prezzo
della mia disponibilità
a vendere tempo. Ora, ho smesso
quelle equivalenze.
Questo il consuntivo.

foto: Keller&Wittwer-Double fiction 3

[button link=”http://www.lietocolle.com/cms/?page_id=4631″ color=”orange” size=”small” target=”_self” animation_type=”0″ animation_direction=”down” animation_speed=””]ARCHIVIO[/button]