“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio letto da Franca Alaimo

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“Tua e di tutti” di Tommaso Di Dio letto da Franca Alaimo

Alla base di questi testi che compongono la silloge Tua e di tutti di Tommaso Di Dio sta la mancanza, anzi lo sfregio “fra le ore fra le guance” che è la vita, la quale mette in mostra, insieme ad un’infinita ricchezza di forme, la sua intrinseca crudeltà nell’interrotta spezzatura delle esistenze e dei percorsi conoscitivi che devono sempre essere rifatti, mancando di ogni definitiva certezza, e meno che mai di un riferimento metafisico.  La relazione fra l’uomo e la realtà è paragonabile, allora, alla condizione di un ubriaco che, procedendo nel buio di una stanza senza sapere cosa ci sia, “oscilla, si cerca addosso una postura”, urta e  si fa male contro  gli oggetti concreti, finendo con l’accasciarsi, a tal punto solo e privo di ogni celeste misericordia da capovolgere  ironicamente e desolatamente  la preghiera all’angelo custode (pag.61) e indirizzarla alla terra, la sola che possa offrirgli l’appiglio della sua dura e muta consistenza.

Eppure “Scrivere queste cose che passano” è il compito che l’autore si dà, sfidando la consapevolezza della falsità della lingua in sé  (in quanto non è data mai coincidenza alcuna con ciò che la cosa è ed il termine che la nomina) e dell’inutilità della lingua degli altri (quella che ci consegnano i morti, quella di ogni altro vivente), in quanto essa “significa” soltanto  per esperienza singolare, nel momento in cui l’individuo vuole farne uno strumento per capire perché e come “splendono per la terra oscura tante vite”.

È per questo che il poeta avverte un disperato sentimento carnale nei confronti del corpo linguistico, un’ansia orgasmica, quasi a volerne colmare il vuoto intrinseco, l’incompletezza, l’impossibilità: “fa’ che io possa / mettere la testa tutta dentro / che io vi spinga / battendo reni cosce e petto un pugno / di gioia terrena”, esclama, mentre tesse un’ immagine che  sembrerebbe invocare il ritorno a una condizione di sapienza pre-linguistica, ad un utero di totalità verginale da riconquistare. Ma di fronte al poeta sta soltanto la forza inesauribile della vita che risorge sempre dalla sua morte (di quest’ultima è simbolo la notte, spesso presente in questi testi, tra cecità, inquietudini e dolcezze). Ne conseguono  testi fittamente nominali, in cui le cose s’impossessano dello spazio asserendo spesso la loro solidità sorda ed opaca ma resistente, come la sedia bianca esposta per anni “fra gli attrezzi e i cartoni” al trascorrere delle stagioni, di contro la fragilità del corpo che si sfa e trema, conscio del suo prossimo disparire.

Nonostante la percezione del nulla che fessura  l’abbondanza barocca  dell’esistente, nonostante lo slittamento conoscitivo fra la percezione esteriore delle cose e la loro intima essenza (“Ogni piano profondo resta inudibile”), Tommaso  Di Dio confessa il suo amore per la vita (“Al punto cieco di ciò che faccio / desidero sempre/ desidero ancora./ Desidero vivere”) che, al di là di questa affermazione, affiora, secondo un procedimento a strappi tra durezze e grigiori di catrame e cemento, da un luce fioca, da un volto amato, dalla chiarità di un corpo femminile dormiente, da minimi gesti aggraziati, come anche da un desiderio orgoglioso di paternità che lo proiettano comunque  nel futuro e lo spingono a dare senso a ciò che non lo ha.

Una tale esigenza non resta, però, un atto egoistico, poiché Il poeta chiama dentro la sua scrittura, quasi come in un’arca salvifica nel perenne disastro che è la vita, il transeunte, assumendo su di sé le tante vite degli altri uomini, anche di quelli più piccoli e comuni, poiché ciascuno di essi, come il ragazzo down che distribuisce giornali, “mette in opera il mondo”.  L’autore rende manifeste  queste esistenze nel teatro vivo che è lo spazio di una città, in questo caso Milano (“Tua e di tutti”, così così come la vita), con i palazzi, le finestre, i negozi, i bar e soprattutto le strade  (che è uno dei termini più ricorrenti nei versi dell’autore) dove il singolo si mescola a tutti gli altri, dove l’io stabilisce relazioni anche attraverso gesti semplici com’è, per esempio, lo sguardo  di una giovane  cassiera: “…che hai dato a me / sconosciuto fra tanti”.

La poesia di Tommaso Di Dio si pone, dunque, come una riparazione al non senso della vita in forza della sua inesauribilità e del farne egli stesso parte sia pure per un breve segmento temporale : “…Nascere non è / generare; – leggiamo nel testo conclusivo della raccolta- oggi bisogna dare  / vita alla vita.”

Franca Alaimo

 

9 Ott 2014|